

Ci sono romanzi che restano incagliati non nella trama, ma in una figura. O due.
Il figlio di due madri, di Massimo Bontempelli, non è la vicenda di Mario, un bambino che mentre festeggia il suo settimo compleanno si risveglia Ramiro morto sette anni prima in quello stesso giorno. È la storia di due madri, mamma Arianna che lo ha cresciuto e mamma Luciana che lo ha perduto, e del loro riconoscere. Quel verbo, netto, definitivo: “riconoscere”. Come se bastasse uno sguardo, una piega del viso, un’impressione inspiegabile per decidere che un figlio perduto è tornato. Che quella carne, che quell’ombra lì, per strada, è proprio lui.
Niente di patetico, nessuna scena strappalacrime. Le due madri che si contendono (contendono? O forse inseguono?) questo ragazzo non sono donne isteriche che vivono il loro incubo peggiore. Sono entità ferme, silenziose, ostinate. Una dice: “sei mio figlio”. E lui non nega. Si lascia accogliere, nutrire, vestire. Poi arriva l’altra: “sei mio figlio”. E di nuovo, lui accetta. Non dice di sì, ma nemmeno rifiuta. Nel romanzo non c’è nessun conflitto tra maternità, non ci sono urla né drammi familiari da melodramma. Piuttosto è un ambiente aperto, uno spazio indefinito dove le due madri continuano a esistere ciascuna con la propria certezza, una accanto all’altra; due pianeti che girano intorno allo stesso sole.
Ma quel sole è un figlio che non appartiene a nessuna. Un figlio che non conferma né smentisce, che non si concede del tutto ma neppure fugge. Il suo corpo basta, la sua presenza fisica è tutto ciò che serve perché il desiderio delle madri si metta in moto e si giustifichi da solo. Non conta se è vero. Conta che basti. Che riempia.
Mario/Ramiro è cattivo? Probabile. Di sicuro è insensibile, a volte capriccioso. Egoista solo come i bambini sanno essere. Nel suo personaggio c’è qualcosa di grottesco; nel suo stare con le due madri un che di ambiguo. Ed è questa ambiguità che dà al romanzo il suo carattere indefinibile: la maternità è vista come una necessità senza risposte; l’essere figlio di una o dell’altra una possibilità presa quasi con disinvoltura. Le madri, lontane per natura, si uniscono in una visione comune che non ha nulla a che fare con l’affettività tradizionale. Il figlio, a cui la situazione pare dare lo stesso fastidio di un litigio con un compagno di classe.
Ma Mario non può essere Ramiro, avrebbe quattordici anni. Eppure riconosce la casa di Luciana, il suo vecchio cavallo a dondolo. E quel bambino nel ritratto, che la donna tiene come una reliquia dalla sua morte, è proprio lui.
E qui il romanzo mostra qualcosa che difficilmente si trova altrove con questa lucidità e assenza di enfasi: la maternità come atto di fede, come slancio unilaterale. Queste madri non cercano di convincere Mario/Ramiro, non implorano. Affermano. Credono. Non in un’ideologia, non in un dovere: ma in quel figlio, precisamente in lui, che assume il volto del risarcimento. Per la perdita, per l’attesa, per il tempo che ha continuato a scorrere.
Il ragazzo, da parte sua, sembra capirlo. Sembra accettare quella tensione senza giudicarla. E nel farlo, diventa superficie, diventa oggetto del desiderio altrui senza farsi soggetto. La sua ambiguità è passiva, ma non vile. È come se dicesse: “prendete ciò che vi serve, io non sono altro che questo”. Un essere neutro che si lascia riempire. Il ragazzo non appartiene a sé stesso, non ha una volontà che sia veramente sua. È lo specchio che le madri hanno sempre cercato, anche quando non sapevano di cercarlo. Un figlio che esiste solo nell’idea di qualcun altro.
Questa passività, questo lasciarsi definire da un desiderio che non è il suo, pone il protagonista in una condizione che non è di sottomissione, ma di silenziosa ambiguità. Non è né carne né spirito, né figlio né estraneo. È, piuttosto, un vuoto che le madri riempiono a forza. E in quel vuoto, il ragazzo diventa tutto e niente. La sua identità si dissolve in un flusso di desideri che non gli appartengono. Lui stesso sembra non sapere se è chi pensa di essere o chi le madri pensano che sia. E questa condizione di incertezza non è mai dolorosa, perché non c’è consapevolezza del dolore. Si lascia vivere, come un oggetto nelle mani di un destino che non ha né volto né direzione.
È allora che le madri emergono come le vere protagoniste del racconto. Sono loro a portare il peso della storia. Sono loro a costruire la realtà, a decidere che quella casa è una casa, che quel ragazzo è un figlio. Sono loro che spingono il mondo avanti, mentre tutto intorno resta immobile. Nessuna delle due accetta il vuoto. Nessuna delle due si arrende all’assenza. Entrambe lo rimpiazzano con una presenza imposta, certo, ma mai violenta. La loro forza risiede nell’accettazione: accettano un figlio che non è davvero il loro figlio, ma che lo diventa semplicemente nel momento in cui lo riconoscono. La maternità non è un atto di creazione, ma di rivendicazione. È un ritorno, una rivincita su un destino sfavorevole.
Ciò che resta, dopo la lettura, è una strana forma di tenerezza crudele. Il libro non consola, non propone soluzioni. Ma dentro quella stanza silenziosa dove convivono tre corpi (sì, Arianna, sconvolta, decide di assecondare il bambino e le due donne si ritrovano a convivere temporaneamente nella casa di Luciana), si percepisce un’urgenza: quella di non soccombere alla perdita. Di trasformarla in altro, anche a costo di fingere. Anche a costo di mentire.
Bontempelli non prende posizione. Non dice chi ha ragione. E proprio in questo sta la forza del racconto: nell’aver saputo raccontare la maternità come un’ossessione muta, come una fame che non ha bisogno di logica, ma solo di materia da stringere. E nell’averci mostrato che quel bisogno non è ridicolo, né debole.
È semplicemente umano.
