Cosa significa essere madre?
Non mi riferisco alla definizione da dizionario, ma a quella che ciascuno costruisce dentro di sé. In questi termini, è naturale che non esista una definizione univoca: ognuno darà una propria visione, influenzata da fattori personali e sociali.

Quando si parla di madri, però, il terreno può diventare insidioso. Non è un argomento semplice, ma proprio per questo è un potenziale veicolo di analisi e spunti di riflessione.

Una madre non nasce tale. Nasce come persona, con i propri desideri, le proprie paure, i sogni e le fragilità che appartengono a ogni essere umano. E diventare madre non cancella tutto questo sentire.

Attraverso l’analisi di questi tre film, il mio intento è portare luce su alcuni degli aspetti oscurati della maternità: quelli che frequentemente vengono ignorati, messi da parte o trattati come tabù di cui vergognarsi.


GLORIA BELL 2018, diretto e scritto da Sebastián Lelio

Un lungometraggio remake di “Gloria”, diretto dallo stesso Lelio nel 2013.

La pellicola narra di Gloria, interpretata da una favolosa Julianne Moore, una donna divorziata con due figli ormai grandi e indipendenti, ognuno con la propria vita. E lei stessa desidera, di nuovo, averne una. Gloria tenta e vuole vivere pienamente: esce, si relazione, frequenta i night club, prova a innamorarsi.

Gloria è senz’altro una madre non più giovane, che ama i suoi figli e che si preoccupa per loro. Ma è anche una donna che rivendica il diritto di godere del proprio tempo, di prendersi cura di sé, facendo ciò che la fa sentire bene. Ci mostra come la vita di una madre non debba necessariamente ruotare attorno a quel solo ruolo. C’è ben altro, e ce lo ricorda in ogni scena.

«Dei giorni sono felici, altri per niente. Come tutti» queste le parole che rivolge ad Arnold, un uomo conosciuto in un locale e con cui intraprende una relazione. Come tutti, perché lei è esattamente come chiunque altro presente in quel night club. Non è un’eccezione confinata nel suo ruolo genitoriale.

Gloria cerca il divertimento, forse una connessione, ma non necessariamente. Non è alla ricerca di un uomo che colmi una mancanza, ma si vuole sentire ancora parte del mondo. La seguiamo per l’intero film, che racconta di lei in quanto Donna. Le scene con i suoi figli sono limitate ma ben calibrate, capaci di far vedere il sentimento che prova nei loro confronti.

Lelio sceglie di mostrare – e si sofferma, indulge– la vita sessuale di Gloria con naturalezza, nonostante la non più giovane età della protagonista. Normalizza corpi e dinamiche che non smettono di esistere solo perché si è genitori non più di primo pelo. La telecamera ci mostra il piacere femminile, e ancor più sorprendente è che sia quello di una madre: rappresentato con uno sguardo discreto e intimo, mai voyeuristico.


LA FIGLIA OSCURA (THE LOST DAUGHTER) 2021, diretto e scritto da Maggie Gyllenhaal

Adattamento dell’omonimo romanzo di Elena Ferrante, la pellicola è stata presentata alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia.

Durante una vacanza in Grecia, Leda Caruso, professoressa universitaria, s’imbatte in una giovane donna, Nina e sua figlia di tre anni. Per l’intera durata del soggiorno le osserva, entrandovi anche direttamente in contatto. Ogni volta che lo sguardo di Leda si posa su di loro, un flashback sul suo passato ci mostra un frammento della sua vita, alle prese con i primi anni dell’essere madre.

Il ritratto che questo film offre della maternità è intenso, per il suo essere crudo senza mezzi termini. L’essere madre, per alcune donne, è estremamente faticoso e a tratti anche indesiderato. La pellicola abbatte senza vergogna la mitizzazione della figura materna, facendone a pezzi l’idealismo e portando alla luce un lato che esiste, ma che viene spesso tenuto nascosto dalle stesse madri, per timore del giudizio altrui.

Leda ha vissuto con disagio il suo ruolo di giovane madre di due figlie. Nei vari flashback la vediamo perdere spesso la pazienza, tentare di dedicarsi al lavoro, agli studi, senza riuscirci mai del tutto. Il film non si arroga il diritto di giudicare, ma quello di testimoniare.

Leda, messa in scena da Olivia Colman – in un ruolo non semplice, ma che interpreta magnificamente – si riconosce in Nina e nella frustrazione di dover gestire i capricci di una bambina. Quando le viene chiesto come erano le sue figlie da piccole, risponde che non lo ricorda, e le viene fatto notare – da una donna felicemente incinta – che: «Non si può scordare niente dei figli». Perché i figli devono essere una benedizione, in ogni momento. Il picco massimo di felicità per una donna, qualcosa di cui nulla potrebbe mai essere doloroso o spiacevole. Ma questa storia ci mostra che essere madri non è solo bello: può far sentire inadeguate, sopraffatte e oppresse.

Quando la narrazione prosegue, scopriamo che Leda ha abbandonato le figlie per tre anni quando erano ancora piccole, e ammette che quel tempo lontana da loro è stato fantastico. Per poi essere tornata, perché era pur sempre la loro mamma, e le mancavano.

Il senso di colpa di Leda è tangibile in molti punti del film, ma la domanda è: si sente in colpa per averle abbandonate o per essersi sentita bene lontana da loro?


TULLY 2018, diretto da Jason Reitman e scritto da Diablo Cody

Marlo è madre di due figli, di cui uno affetto da un disturbo dello sviluppo, ed è incinta del terzo. Il marito, Drew, è un uomo buono ma negligente sotto l’aspetto paterno; lascia che la moglie si faccia carico della maggior parte della cura dei figli.

La pellicola racconta le prove della maternità e il rischio di perdersi quando si comincia a vivere esclusivamente per qualcun altro, dimenticandosi di sé. Senza però demonizzare i comportamenti dei figli, che fanno semplicemente i bambini.

Durante il primo atto li vediamo recarsi tutti a cena dal fratello di Marlo, Craig, che nella vita “ce l’ha fatta”: è benestante, ha una grande casa ordinata e pulita, una babysitter che bada ai suoi figli. Marlo osserva questo con gli occhi meravigliati di chi conduce un’esistenza completamente diversa. Per giunta, la moglie del fratello è in forma, piena di vita, curata, diversa da come si sente – e si tratta – Marlo. Il fratello le propone addirittura di pagare una tata notturna per quando arriverà la nuova nata, ma lei inizialmente rifiuta.

Il parto giunge e Mia nasce. Quando Craig va a trovare sua sorella, si rivolge alla moglie dicendole: «Rivoglio mia sorella, ho la sensazione che in questi ultimi anni si sia spenta sempre di più».

Mentre suo marito gioca ai videogiochi a letto e parte per viaggi di lavoro, Marlo si occupa dei figli. In varie scene unite da un montaggio oppressivo, la vediamo prendersi cura di Mia in una sequenza ripetitiva e soffocante: pannolino, allattamento, farla addormentare. Sempre uguali, in un loop che sembra non avere una fine e che rende asfissiante anche solo restare a guardare. Stanca ed esausta, Marlo cede e decide di chiamare la tata.

E arriva Tully, giovane e dinamica, a rivoluzionare da subito le notti – e non solo – di Marlo. Si prende cura di Mia e sveglia la madre solo per le poppate, permettendole finalmente di riposare. Ma Tully non porta solo questo: il suo arrivo è accompagnato da un messaggio importante: la necessità di prendersi cura di sé.

La dinamica tra le due funziona anche grazie alle interpretazioni di Charlize Theron e Mackenzie Davis, capaci di portare in scena una grande intesa.

«Non puoi aggiustare le parti senza occuparti dell’insieme», dice una sera Tully a Marlo. E lei, ormai, non si occupa più di sé da molto tempo. Non sa più cosa voglia dire avere un’identità propria, piacersi, dedicarsi un’uscita con le amiche, essere sé stessa, semplicemente Marlo.

Ma la verità è che tutto questo si potrebbe riassumere in una singola frase, detta, ancora una volta, da Tully: «Non puoi essere una buona madre se non ti prendi cura di te».

19 Maggio 2025

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