Paolo PRIMAVERA e Alice RIFELLI
Edicola Ediciones
Intervista di Erminia CERASA

La casa editrice Edicola Ediciones di Paolo Primavera e Alice Rifelli è stata premiata con il Premio Nazionale per la Traduzione nel 2024 dal Ministero della Cultura italiano. Il riconoscimento celebra il loro contributo nel promuovere il dialogo interculturale, in particolare tra l’Italia e il Sud America; infatti, la motivazione recita così: “Un’importante missione di ponte virtuale fra due mondi divisi geograficamente e linguisticamente”. Inoltre il loro motto è “Publicamos libros para reducir las distancias”.
Nella loro casetta immersa nella pace ortonese, Alice e Paolo hanno aperto il cuore e la mente di questa casa editrice che nasce in Cile nel 2013 e poi diventa abruzzese, e sono fieri del riconoscimento, arrivato dopo dieci anni dalla loro nascita e che consolida il loro percorso di lavoro. Come avete vissuto il premio e cosa rappresenta per voi?

Alice Rifelli: Ovviamente i premi fanno sempre molto piacere, sono anche una tappa e segnano il punto di arrivo di un percorso, come, per esempio, è l’anno 2024, quando abbiamo festeggiato dieci anni di attività di Edicola. In particolare, il riconoscimento segna un traguardo importante, intanto perché, nel mondo dell’editoria indipendente, dieci anni sono comunque un progetto che si sostiene e sopravvive in mezzo al mondo editoriale. A noi ha fatto piacere perché è arrivato dal Ministero della Cultura, ma, nello specifico, è un premio importantissimo perché la selezione viene fatta da un comitato di biblioteche. Il Ministero della Cultura assegna questo premio tramite la Direzione Generale Biblioteche e diritto d’autore, che raggruppa una ventina di atenei e premiano una casa editrice italiana, una casa editrice straniera che abbia autori italiani in catalogo e altri premi speciali per traduttori e studiosi.
Paolo Primavera: La Direzione fa un’analisi di tre testi richiesti per la candidatura e poi loro esaminano, anche nel dettaglio, le nostre proposte del catalogo. Il valore del premio quindi è proprio in questo: valutano il tuo progetto in toto e riconoscono l’essenza di questa casa editrice. Edicola nasce come casa editrice di traduzione, ma soprattutto come ponte tra due lingue diverse, anche se parliamo di storie tradotte in italiano, ma che mantengono l’essenza di idiomi differenti, visto, per esempio, che in Cile si parla in un modo diverso che in Messico.
Alice: Un altro importante concetto che ci interessa è il colonialismo linguistico, quello della Spagna che conquista, anche linguisticamente, un territorio. Il castigliano spagnolo ha una valenza culturale, sociale e politica diversa dagli altri castigliani sviluppati nel mondo e quindi la nostra scelta di tradurre quei testi è anche una scelta politica. Ci sono anche differenze di castigliano tra regione e regione, spesso accompagnate da linguaggi paralleli e dialetti specifici come il coa cileno o il lunfardo argentino.
Gli autori e le autrici che vengono da quella parte del mondo che è stata colonizzata hanno una loro profonda individualità che si traduce nell’identità linguistica, e, ancor più profondamente, culturale e storica. Nelle storie che scegliamo, noi cerchiamo di valutare tutte queste peculiarità, così come nella scelta della traduzione, che deve dare valore a questi aspetti. Il premio, quindi, assume il valore proprio in quest’ottica di approfondire un paese, con le sue varie identità.

Viene naturale chiedervi come nasca questo amore, questa attenzione per un Paese non soltanto diverso dall’Italia, ma anche con una radicata identità culturale e una profonda valenza politica. Due territori geograficamente molto lontani tra di loro che sembrano non incontrarsi mai.

Paolo: Io ho vissuto in Cile diciotto anni, dove ho lavorato nell’agenzia fotografica del quotidiano di Stato che il primo governo di destra ha chiuso dopo la fine della dittatura. È forse l’ambiente di lavoro più bello dove abbia potuto vivere. Il Cile è diventato il mio secondo Paese, e ci sono rimasto diversi anni perché, oltre a collaborare con vari quotidiani, avevo due cattedre all’università. Poi ho conosciuto Alice, che per cinque anni ha fatto avanti e indietro dall’Italia. La distanza da casa si faceva sentire, la fotografia era impegnativa visto che si creava ancora con i rullini e i libri elettronici non erano così diffusi. Quando ho finito i libri che mi portavo in valigia, con un po’ di presunzione, ho detto: allora facciamo una casa editrice direttamente.
Ci siamo resi conto – uso il plurale perché penso che questa percezione appartenga anche ad Alice – che, nonostante siano due territori lontani con due società diverse, bisogna pensare alla storia con la S maiuscola delle minoranze, su tutto quello che può contribuire a valorizzare il concetto di diversità e il suo rispetto che molti percepiscono come una retorica, ma che secondo noi è il perno base di ogni società che voglia considerarsi estremamente contemporanea.

Non deve essere stato facile pensare di aprire una casa editrice in Cile, sviluppando poi l’obiettivo di creare un ponte con l’Italia, perché ovviamente parliamo di mondi editoriali differenti, con modalità di sviluppo e anche pubblicità che si adeguano alla realtà di appartenenza. Inoltre è interessante capire come siano influenzate le vostre scelte, chi pubblicare e come valorizzare le storie in catalogo.

Paolo: Edicola è nata in Cile nel 2013, e dal 2015 l’abbiamo portata in Italia. Il trasferimento è stato un caso, una scelta personale non dettata da altre problematiche. All’inizio pubblicavamo solo autori cileni, poi ci siamo aperti anche ad altri territori, come Colombia e Argentina; quest’anno arriva anche l’Uruguay e vogliamo allargare sempre di più.
Alice: Il catalogo editoriale, che è la ricchezza di una casa editrice, è quasi un organismo che si espande e prende determinate direzioni, si allarga verso altri orizzonti, è qualcosa di estremamente vivo. Al traguardo di dieci anni possiamo guardare anche com’è il catalogo di Edicola con uno sguardo a distanza, quasi a visualizzare una casa da lontano che si costruisce mattone dopo mattone, ma non sai ancora del tutto come verrà. Abbiamo sicuramente abbastanza materiale per poter essere soddisfatti, ma sempre stimolati per il futuro; certo vi è una parte storica del catalogo, interessata alla storia così forte del Cile, che continuiamo a raccontare attraverso figure importanti. Penso, per esempio, al fumetto su Victor Jara, alla sua canzone “El derecho de vivir en paz”, composta quasi cinquant’anni prima e scelta dal popolo cileno come inno alla nuova rivolta contro il feroce sistema neoliberista e poi alla sua morte durante i giorni del colpo di stato. Oltre alle storie specifiche come Victor Jara ci sono i racconti universali, cioè quelle storie che ci interessano per come sono scritte e per come rafforzano la nostra idea di letteratura.

Ora, sempre parlando del vostro catalogo, dovete sempre trovare il modo in cui raccontare i vostri libri, come farli apprezzare e attirare l’attenzione di un pubblico italiano.

Alice: Quando siamo in fiera e qualcuno si avvicina penso a quali siano i libri che racconto meglio o che si collegano tra loro. Costruire dei percorsi all’interno del catalogo è sicuramente una sfida e motivo di orgoglio, come quando entri nella nostra casa e vogliono metterti a tuo agio, darti la possibilità di perlustrare altre stanze, andare avanti nella tua esplorazione e seguire il tuo intelletto. Per noi ci deve essere sempre una storia che possa discorrere con un titolo che è piaciuto, non voglio dire di analogo, ma che possa dialogare e costruire un percorso di approfondimento e di vari punti di vista. Sicuramente sono storie che rispecchiano i temi che ci interessano, la storia, il rapporto con la vita, le relazioni umane; all’interno di questi macro-temi abbiamo alcuni titoli che restano come pilastri delle popolazioni native.
Sono molto affascinata dal lavoro di traduzione e sposo il pensiero di una scrittrice: “Ci vuole coraggio nel tradurre da una lingua a un’altra e poco attaccamento affettuoso”. Il senso di questo pensiero è che tradurre spesso vuol dire scrivere un altro libro, perché deve adattarsi al linguaggio del destinatario, compreso di riferimenti astratti, di modi di dire e luoghi comuni. Dopo una prima lettura in lingua originaria, come si sviluppa il vostro lavoro?
Paolo: Noi partiamo dalla storia originale, poi il traduttore viene scelto e deve essere collegato a quel tipo di storia e a quel linguaggio. Innanzitutto, si individua in base alla sua professionalità, la traduzione è una cosa con la quale non si scherza, e poi, soprattutto, in base alla capacità di rendere la voce d’origine, non solo nella trasposizione tra lingua e lingua, ma anche per l’attenzione che riserva al ritmo e all’uso della parola. Nel corso degli anni ci siamo affidati a delle figure professionali, sono cinque professionisti che si occupano dei lavori da tradurre, però alcune storie devono per forza avere quel traduttore. Per esempio, per “L’atroce storia di Santo Scudino” di Maria Moreno, l’unica traduttrice possibile era Francesca Lazzarato, che è una delle persone più esperte del lunfardo argentino, che è una sottolingua parallela del cocoliche, cioè del modo di parlare degli italiani che mischiano lo spagnolo, e quindi sa come trattare la resa di queste parole verso l’italiano. Il nostro catalogo accoglie i ritorni, lavoriamo per progetti autoriali, quindi di un’autrice e di un autore cerchiamo di approfondire e di andare a pubblicare i suoi libri e valutiamo se funziona l’accoppiata traduttore-traduttrice-autore-autrice.

Immagino, infatti, quanto sia importante trovare chi sia capace di tradurre e rendere quella voce narrante il più attendibile possibile; quindi che abbia, in qualche modo, una connessione con quel territorio e con quel linguaggio di cui si prenderà cura.

Alice: Un’altra caratteristica dei traduttori e delle traduttrici, perché la maggior parte sono donne, è che abbiano un legame profondo con il territorio, che l’abbiano avuto fisicamente e anche a livello personale, che siano entrati in quella mentalità per interesse personale, per studio.
Paolo: Ripensando al coraggio di cui parlava quell’autrice, io penso che, più che coraggio, i traduttori abbiano un’estrema curiosità che li muove verso una realtà che non si conosce appieno e che abbiano brama di farla conoscere al resto del mondo.

Questo vostro pensiero mi ha fatto ricordare quelle volte in cui ho letto lo stesso racconto sia in lingua originale che nella versione italiana. Se la traduzione non viene fatta con la competenza e con l’attenzione necessaria per rispettare quella che è la storia iniziale di partenza, si rischia di perdere dei pezzi e dei concetti fondamentali.

Alice: Quello che dici è assolutamente vero. Ogni volta che noi traduciamo, effettuiamo tre passaggi: c’è chi traduce, poi internamente si fa una prima revisione, valutando la corrispondenza del contenuto dalla lingua originale alla nostra, e, infine, c’è un terzo passaggio che riguarda la fluidità, perché una traduzione può essere anche corretta a livello formale, però deve essere umana, non può essere legnosa, come se l’avesse fatta un traduttore automatico.
È un lavoro di squadra, ed è un lavoro lungo. A volte capita addirittura di intervenire sul testo originale, ovviamente col permesso dell’autore e dell’autrice, perché, quando fai una revisione, una traduzione e una sorta di editing della traduzione, quel testo lo rivolti come un calzino e, quindi, se ci sono degli aspetti che non tornano, li trovi.

Con queste premesse vorrei sapere una storia del vostro catalogo di quest’anno che è in prima fila o che vi ispira per vari punti per avere un’idea delle vostre proposte.

Alice: Ovviamente ci ispirano tutti, altrimenti non sarebbero nel nostro catalogo. Forse ci sono dei libri che segnano delle fasi, un po’ come il premio. Ripenso alla storia di Edicola e mi viene in mente “Gli anni di Allende”, la novella grafica di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, che è un fumetto che continuiamo a ristampare perché è una storia universale, un personaggio complesso che interessa e continuerà a stimolare, anche fluttuando nei vari periodi storici. Anche “A sud dell’Alameda. Diario di un’occupazione” di Lola Larra e Vicente Reinamontes è un altro libro che ci ha permesso di organizzare tanti incontri e laboratori con i ragazzi e le ragazze delle scuole. È un racconto a metà strada tra romanzo e graphic novel che racconta la rivoluzione degli studenti cileni attraverso le occupazioni e le proteste in strada che hanno contribuito a cambiare una delle ultime leggi ereditate dalla dittatura che limitava l’istruzione pubblica.
Abbiamo pubblicato “Il futuro è un posto strano” di Cynthia Rimsky nel 2021, un libro estremamente complesso, con dei riferimenti alla storia politica del Cile, con una struttura narrativa anche molto originale. Adesso è arrivato il suo quarto titolo in Edicola “Clara e confusa”, il romanzo con cui Cynthia Rimsky ha vinto il Premio Herralde, unica scrittrice cilena, insieme a Roberto Bolaño, ad aver ottenuto il prestigioso riconoscimento.
Il merito va all’autrice ovviamente, ma un pochino anche a Edicola, in quanto unici editori ad aver pubblicato con continuità i titoli di Cynthia Rimsky, nel senso che all’estero è tradotta, ma non con la nostra continuità, infatti noi abbiano i titoli che segnano le sue tappe e crescite.

La scelta, infatti, sottolinea la capacità anche di guardare oltre e individuare una voce tra le tantissime che ci sono in circolazione nel mercato editoriale. Vi ricordate il primo libro che vi ha toccato il cuore e vi ha fatto dire: “Questo va tradotto”?

Alice: Sì, certo, “Space Invaders” di Nona Fernandez, la storia che ha segnato l’inaugurazione di Edicola; poi è stato il primo libro che ho letto, e, anche se era già lavorato e quindi non potevo intervenire più di tanto, mi ha fatto entrare nell’idea di editoria che aveva Paolo.

Nell’ottica della necessità di farvi conoscere nel mercato dell’editoria, ponendo comunque l’accento su una visione più attenta e mirata per la conoscenza del vostro catalogo, ci sono dei festival che rispondono alle vostre caratteristiche di peculiarità e traduzione?

Paolo: Quest’anno andremo al “Campania Libri Festival” per la prima volta a Napoli dal 12 ottobre. È la prima volta che andiamo, ma Napoli è una città che ci è sempre piaciuta, e poi frequentiamo il Festival Letteratura Indipendente, Flip, a Pomigliano d’Arco, un incontro di autori molto coraggioso e ben fatto, dove si ascoltano sempre persone molto brillanti in un clima informale.
Alice: C’è anche il progetto di Staffette che nasce all’interno del Festival del Libro Indipendente, dall’incontro di varie case editrici: Capovolte, Effequ, Armillaria e noi. Tutte ragionavamo sul problema della sovrapproduzione editoriale, sul fatto che le fiere sono questi mega eventi che guardano il lato commerciale con il grande autore che richiama pubblico. Abbiamo pensato di creare un Festival itinerante proprio del Libro Indipendente, che è un progetto mobile, quindi assorbe le variabili in base ai contesti e si lega al territorio, cercando di collaborare con associazioni, realtà, figure locali. Non ci sono le classiche presentazioni di libri frontali, quindi con l’autore che dialoga davanti a un pubblico, ma si lavora cercando di approfondire delle tematiche e di andare nei luoghi dove crediamo ci possa essere interesse. Per noi c’è una visione comune: siamo artigiani del libro, ovviamente non può essere un pezzo unico, ma ha una tiratura limitata. Il nostro obiettivo è stare nell’artigianalità del prodotto, che, ovviamente, deve essere sostenibile, e vogliamo trovare un modo diverso di vivere con i libri sul territorio.

Il nome della casa editrice, Edicola Ediciones, un po’ spagnoleggiante, che primeggia tra le produzioni culturali italiane, sicuramente è una scelta anomala in un mondo che sceglie spesso diciture conservative. Una sfida nella denominazione, oltre che nella ricerca di mantenere un posto nel mercato editoriale, che, paradossalmente, potrebbe richiamare ancora di più le origini legate al territorio: ci spiegate quali?

Paolo: Il nome arriva dall’edicola che c’è qui in piazza a Ortona: è di proprietà della mia famiglia da diverse generazioni, è un omaggio sia a questa tradizione familiare che non ho portato avanti, sia alle conversazioni con mio padre dove lui diceva di puntare sulla qualità e non sulla quantità. Anche ai suoi tempi, mi ricordo, c’erano mille riviste e una trentina di quotidiani e lui, per scherzo, mi diceva che dovevamo fare noi stessi le riviste, lui di falegnameria, di cui era appassionato, e io di fotografia. Questa essenza familiare mi è sempre rimasta impressa.

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