

Intervista di Erminia Cerasa
Ho comprato “Tutto il bello che ci aspetta” appena uscito perché mi ero innamorata della scrittura dei tuoi ultimi due libri “Le piccole libertà” e “Le cose che ci salvano” perché in entrambi avevi parlato nel primo dell’importanza del luogo “libreria” e del legame con i libri e poi nel secondo degli angoli di Milano e l’importanza dei legami oltre la famiglia. Ho provato a seguire anche gli incontri milanesi o le dirette di Instagram con Marta Perego.
Hai una delicatezza particolare nel toccare gli animi dei tuoi personaggi. Ovviamente mi sono appassionata a Selene perché è una donna alla ricerca di sé e di ascolto delle sue radici. È capitato in un momento catartico perché io ho lasciato Milano per tornare a Pescara, dove sono nata e vissuta fino ai 19 anni, poi per quasi 30 anni ho vissuto nella città meneghina. Capisci bene come mi sono sentita?
Selene nel suo arco di trasformazione incontra varie persone importanti per lei: Flora, la donna che l’ha cresciuta e l’ha nutrita di cure e cibo, Antonio, l’uomo con cui condivide la casa, Guido, il cuoco e amico del ristorante di Milano.
Quanto c’è di te in Selene e immagino ci sia un po’ di te in alcuni personaggi che delinei nella storia.
Sebbene molto diversa da me, Selene è una parte di me. Per trovarla ho scavato in quello che sono, che sono stata, che avrei potuto essere. Il suo sguardo sul mondo mi è venuto in modo spontaneo, e credo sia proprio per questo: perché è anche il mio. Le circostanze cambiano, ma l’essenza è la stessa. Come tutte le mie protagoniste nasce come specchio, un modo per vedere meglio le ansie e le angosce che mi affliggono o affliggono le persone intorno a me. Un modo, anche, per alleggerirmi, per trovare delle vie alternative, delle soluzioni. Per riflettere sulla vita, su ciò che per me più conta, e allo stesso tempo divertirmi con una storia di fantasia, un po’ matta e molto tenera, in cui tutto può succedere. Le mie protagoniste mi offrono la possibilità di vivere vite alternative.
Tendo alla luce, nelle mie storie, a farle rinascere.
La cura e l’attenzione sono sempre caratteristiche delle tue storie nelle quali c’è un profondo interesse ai personaggi che mutano attraverso l’interagire con le relazioni intorno a loro e con il posto in cui si trovano, con il bisogno di varcare i confini dei territori interni ed esterni. C’è un posto o posti che ti hanno segnato nella crescita e nella capacità di ascoltarti, seguire i tuoi sogni? Mi sa la Puglia.
Sì, dici molto bene. Le relazioni e i luoghi sono proprio i due elementi centrali delle mie storie, i motori del cambiamento. Io stessa ho vissuto in Puglia da bambina, e la Puglia è per questo un luogo a me molto caro. La Puglia che racconto è la mia Puglia. Ma anche Parigi è stata casa, una città in cui mi sono riscoperta. La ragione per cui amo raccontare i luoghi è proprio questa: i luoghi ci aiutano a scoprire parti di noi sopite, hanno un impatto sulle nostre vite. A volte per vederci con occhi nuovi basta fare un viaggio verso un posto nuovo, avere il coraggio di varcare nuovi confini.
All’importanza data ai luoghi, è ovviamente collegata quella delle persone, e immagino ci sia “un qualcuno” che, come Flora, ti abbia trasmesso l’amore attraverso la realizzazione di un piatto da mangiare, da creare, di cui annotare la ricetta passo passo, un insieme di assaggi e realizzazioni. Io, per esempio, avevo la mia nonna paterna che era una cuoca e fin da quando ero piccola mi faceva partecipare a tutte le leccornie che realizzava. Mi diceva “assaggia, assaggia sempre, non si può mica cucinare senza provare” e giù con un dito nell’impasto della mantovana o un cucchiaino di sugo che si doveva raffreddare. Lei mi ha trasmesso la passione per la cucina, ma anche il modo di dirmi che mi voleva bene, senza dirlo (ci sarebbe anche la lacrimuccia dei ricordi).
Capisco benissimo. Sono quelle persone che ti fanno sentire a casa semplicemente con la propria presenza. Io ho una Flora nella mia vita, non è la mia tata, ma quando ci sentiamo non mi chiede neanche come sto, mi chiede solo: “quando vieni? Cosa vuoi mangiare?”. Allora più che oggi è un modo di esprimere cura e affetto e portare avanti un discorso di generazione in generazione. Ogni piatto è una storia, ogni piatto diventa personale (perché ognuno poi ci mette un suo segreto, negli ingredienti o la lavorazione). Io credo che il cibo sia, a tutti gli effetti, un linguaggio dell’amore.
È molto interessante come ogni persona che ruota intorno a Selene sia fondamentale per il reale ascolto di sé, senza dare maggiore importanza ai genitori. Mi piace molto questo modo di crescere dell’individuo, cioè di trovare supporto e stimolo da ogni essere fondamentale che gravita intorno ad esso. Io, oltre ai miei genitori, ho avuto delle figure di coetanee e di persone più grandi che sono diventate per me famiglia di cuore, necessari per vivere meglio. Penso ai miei due allenatori di pallavolo, alle mie migliori amiche, ai miei “compari” che mi hanno battezzato e cresciuto come una figlia. È possibile nella realtà? Condividi questo modo di chiamare e vivere la famiglia?
Assolutamente sì! Ci credo moltissimo, e ho sempre “fatto famiglia” con le persone intorno a me. Relazioni molto diverse tra loro, ma proprio per questo nutrienti. Circondarsi dalle persone giuste è il modo migliore per sentirsi sempre a casa.
L’idea narrativa con cui far parlare il padre di Selene come ti è venuta? Nel senso che Selene analizza e affronta il rapporto con i propri genitori in modo differente a seconda del ruolo. Il padre, attraverso le cartoline, le invia sempre messaggi molto stimolanti e toccanti che a una lettura veloce davvero sembrano solo cartoline, ma nell’ottica della storia (le ho rilette tutte dopo), costruiscono un puzzle di sfondo alla Selene che ritrova se stessa.
Le cartoline sono fondamentali per la storia, sì, perché fanno da contrappunto alla sua crescita interiore. L’idea mi è venuta perché volevo che il padre cercasse di esserle padre nonostante la sua scelta di vita. E mi piaceva pensare che fossero dieci anni che lo faceva, ma solo adesso Selene riesce a “sintonizzarsi” con lui, a recepire il messaggio. Spesso ci capita nella vita di capire le cose e le persone a posteriori, giusto? Solo che, visto che era una mia storia, non era troppo tardi. A parte gli scherzi io non credo che sia mai troppo tardi.
Ho appreso attraverso il tuo libro tante piccole curiosità sugli ashram. C’è un motivo, secondo te, per il quale Selene avesse bisogno di un passato di “libertà” come può essere quello della comunità in cui è cresciuta e poi vivere in una città come Milano nella quale sembra essersi dovuta adattare all’inizio, ma che poi è diventata la sua città? Mi sembra che ci sia molto di te in questo aspetto. Per esempio, io i primi anni a Milano pensavo sempre ai giorni in cui poter tornare a casa a Pescara, poi mi sono fermata e ho detto “devi decidere dove vivere con la testa, con il corpo e con il cuore” e da quel momento mi sono appassionata alla città e l’ho amata, scoprendone ogni angoletto. Anche in questo aspetto c’è un po’ di te in Selene?
Conosco bene il posto che racconto e per quello ho pensato che fosse un passato perfetto per lei da raccontare, un luogo pervaso dal senso di comunità e dalla libertà, come dici.
Mi serviva, anche dal punto di vista narrativo, una realtà molto contrapposta a quella della metropoli milanese.
Sì io vivo a Milano, ma non ho sempre vissuto a Milano e ultimamente, sempre di più, sento il bisogno di “evadere”. Sogno di vivere più in contatto con la natura, in un paesino, un posto con più rapporti umani, uno di quei posti dove sembra che la vita si sia fermata. Poi però mi rendo conto che Milano continua a darmi tantissimo, a livello culturale, sociale, lavorativo, e non credo di essere pronta a lasciarla. È vero che è importante rimanere nel presente per poter vivere pienamente. Forse Milano va vissuta così, con un posto in testa dove scappare.
Ci sono tante persone che hanno radici in Puglia e si sono trasferite a Milano per lavoro, per amore, per seguire un sogno, e si possono identificare con Selene, e poi ci sono moltissime persone che si ritrovano nel suo racconto, nelle difficoltà che affronta anche da sola e nella ricerca di sé, ma soprattutto il bisogno delle conferme che lasciando la terra d’origine e seguendo i propri desideri, sia la scelta giusta, sia la ricerca del senso della propria esistenza. Tu lo hai trovato?
A volte lasciare la propria terra può essere doloroso, ma necessario – può essere un passaggio o può essere definitivo. Nessuno può saperlo prima, io credo, e non dobbiamo imporci dei limiti, né giudicare le nostre scelte. Le scelte vanno vissute, una volta prese, con l’anima e con il cuore, dando fiducia alla vita. In un modo o nell’altro capiremo di cosa abbiamo bisogno. Ovunque siamo, le nostre origini vengono con noi. E allo stesso tempo, ricordiamoci che siamo anche altro, che le possibilità sono infinite.
In una intervista hai detto, collegandoti anche alla dedica che c’è sul libro, che, come molte persone, sei sempre in cerca e non ti trovi mai. Potrebbe sembrare una frase che identifica la sospensione e la perdita di sé, incomprensione e incertezza; invece, mi arriva soprattutto la magia della scoperta, la possibilità di stupirsi e di crescere sempre, di aumentare il proprio bagaglio di emozioni e trarre da lì il senso della vita. Che ne pensi?
Con quella frase intendevo che siamo esseri in continuo cambiamento, e abbiamo profondità inaspettate, pensare di conoscersi completamente ci toglie il gusto della scoperta, ci allontana dalla vita. In ogni momento possiamo sorprenderci.
Come sono stati l’accoglienza e gli incontri con i lettori soprattutto in Puglia che hai tratteggiato magicamente nel racconto? Bè sono curiosa di sapere anche quelli di Milano, visto che all’inizio appare con tutta la sua spasmodica ricerca del moderno, delle novità, dello stupore e del puntare sempre più in alto, mentre poi arriva anche tutta la bellezza della semplicità, della ricercatezza delle tradizioni e della felicità che sprigiona l’essere genuini. Com’è per te Milano? Per me è una parte di me, una città che deve essere scoperta in ogni angolo e non fermarsi alle apparenze, che ti permette di esaudire ogni desiderio e che ti insegna a goderti ogni attimo, se non ti fai prendere dal vortice della velocità e della modernità.
L’accoglienza è stata commuovente, come sempre per i miei libri, e io sono davvero grata ai miei lettori per questo. Ogni presentazione è una festa del cuore.
Per quanto riguarda la Puglia, poi, inizialmente avevo il timore di poter offendere qualcuno raccontando una terra che non è la mia di origine, ma al contrario sono stata travolta dall’entusiasmo e dall’affetto.
Milano è una città che va conosciuta, come dici, che non è mai quello che sembra. Trovo che l’apertura mentale e umana dei milanesi sia sottovalutata: è davvero una città che sa accogliere. Poi è come tutte le metropoli nevrotica, caotica ed è importante ritagliarsi il proprio spazio. Coltivare i rapporti umani veri. Andare al proprio ritmo. Di questo parlo in “Le cose che ci salvano”.
Qui direi che ti abbraccio e che sono contenta di aver avuto la possibilità di parlare con te.
Ti auguro di seguire sempre ciò che ti ispira nelle storie del mondo.
Grazie mille a te per la sensibilità con cui mi hai letta, e per le domande.
Un abbraccio
