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(S)Confinate

Eleanor Oliphant sta benissimo

 I confini, per natura, pongono limiti, tendono a isolare, tracciano linee – il più delle volte invisibili – impossibili da valicare. Per cui verrebbe da chiedersi: cosa porterebbe un essere umano a tracciare confini attorno a sé, a imprigionarsi nelle barriere che egli stesso erige? Inoltre, cosa possono avere in comune una donna sola ed eccentrica che conduce una vita abitudinaria e una ragazza affetta da una malattia neurologica che non percepisce più il proprio corpo?

Due casi particolari, due donne imprigionate nel destino che la vita ha riservato loro, inconsapevoli di cosa le aspetta. Entrambe in attesa di oltrepassare quel confine che le separa da una nuova prospettiva di vita.

Il primo caso riguarda la storia di Eleanor Oliphant, protagonista indiscussa del romanzo di Gail Honeyman, Eleanor Oliphant sta benissimo. Il titolo, di per sé, fa riflettere molto sulla condizione di Eleanor, ma partiamo dal principio.

Eleanor Oliphant è una donna sulla trentina, piuttosto eccentrica e fin troppo sopra le righe, che conduce una vita alquanto monotona e abitudinaria, difatti la sua routine non contempla imprevisti o cambi di programma dell’ultimo secondo. Non è per niente avvezza ai rapporti umani, né alle convenzioni sociali e questo ci concede automaticamente il diritto di definirla “asociale”, “stramba” o “emarginata”. Per l’appunto, un’esclusa, destinata a essere relegata ai confini della società.

Il punto è che Eleanor, come ci suggerisce il titolo stesso, è convinta di stare perfettamente bene all’interno della sua piccola solida bolla; è completamente indipendente e autosufficiente. Perfino la copertina del romanzo, nella sua semplicità, risulta emblematica: il titolo è come “incorniciato” da questi fiammiferi disposti in modo da formare una casetta, indizio su un fatto piuttosto rilevante all’interno della storia. I fiammiferi ricordano proprio dei confini, delle linee di demarcazione all’interno delle quali la protagonista sceglie di isolarsi, non permettendo a nessuno di oltrepassarle e ciò la porta inevitabilmente ad allontanarsi dalla comunità.

Esattamente come Sheldon Cooper, l’iconico personaggio della serie tv americana The Big Bang Theory noto tanto per la sua smisurata intelligenza quanto per la sua eccentricità, Eleanor ci fa ridere e riflettere al tempo stesso. È fin troppo logica e razionale e questo le impedisce di comprendere l’ironia, il sarcasmo e, banalmente, di affrontare la vita con leggerezza. In altre parole, è l’equivalente femminile del nostro simpatico fisico teorico.

Il collegamento tra i due è piuttosto intuitivo: sia Eleanor che Sheldon sono protagonisti di due importanti storie di formazione e in entrambi i casi ciò che dà inizio al loro “viaggio” è proprio il superamento dei confini personali. Lo strappo alla regola, la rottura degli schemi e della monotonia rappresentano per loro il primo passo verso il cambiamento, il quale non può esistere se si rimane confinati all’interno della propria comfort zone. Naturalmente, il loro percorso inizia anche grazie all’aiuto di altri personaggi che saranno in grado di andare oltre ciò che a primo impatto potrebbero trasmettere i due protagonisti, ovvero stranezze, manie, egocentrismo e un’assoluta noncuranza delle convenzioni sociali, che viene spesso percepita come mera strafottenza. Ecco spiegato il motivo per cui inizialmente il lettore – o lo spettatore – d’istinto si ritrova a detestare quel personaggio, proprio perché risulta fastidioso, anticonvenzionale, impossibile da decifrare o etichettare. In altre parole, è il diverso. Si contano sulle dita di una mano le persone che si avvicineranno, seppur con grande difficoltà, ai due personaggi, permettendo loro di compiere il percorso di crescita, anche a costo di invadere (a fin di bene) il loro spazio personale.

Nel caso specifico di Eleanor, la sua “chiamata al cambiamento” arriva quando un uomo, Raymond, le rivolge un gesto gentile e disinteressato, cosa che non le era mai successa prima. Eccola lì, la prima frattura attraverso la quale Eleanor inizia a intravedere il mondo al di fuori della sua bolla. Un mondo che, a quanto pare, segue delle regole che la donna non comprende. Pian piano il legame tra i due si andrà a consolidare e i confini di Eleanor si faranno via via sempre più labili, il che innescherà un circolo virtuoso che porterà Eleanor ad aprirsi agli altri e ad abbandonare i fantasmi del suo doloroso passato.

Gail Honeyman, l’autrice, durante un’intervista raccontò di essersi ispirata a una storia vera letta su un articolo di giornale: riguardava una giovane donna che sosteneva di passare sempre tutti i weekend completamente da sola, senza parlare con nessuno. Dal venerdì sera al lunedì mattina che rientrava a lavoro, non rivolgeva la parola ad anima viva. Il tema della solitudine difatti è preponderante nell’opera: Eleanor passa la maggior parte del tempo da sola, ma nessuna delle persone che le sta attorno si chiede il perché. Noi lettori siamo in qualche modo privilegiati, dal momento che abbiamo accesso al suo vissuto e ai suoi pensieri, dunque riusciamo non solo a conoscerla per ciò che è davvero, ma anche a giustificare i suoi ambigui comportamenti. Gli altri personaggi – i suoi colleghi ad esempio – non sono in grado di comprenderla perché probabilmente non hanno interesse nel farlo. Una volta incasellata ed etichettata, non c’è più bisogno di scoprire altro di quella persona. È sufficiente un aggettivo o un nomignolo, ed ecco che, senza rendercene conto, abbiamo appena tracciato un confine. L’etichetta diventa essa stessa un limite.

Eleanor Oliphant sta benissimo insegna l’empatia e l’amore attraverso la storia di una donna che per prima non sa cosa siano. E non lo sa perché la vita non l’ha messa nelle condizioni di poterlo imparare, né di capire se e quando chiedere aiuto. Ora, è facile puntare il dito contro Eleanor dal momento che è lei che sceglie consapevolmente di isolarsi, ma bisogna ammettere che nessuno degli altri personaggi – a eccezione di Raymond – sembra disposto a fare il primo passo verso di lei. In questo modo rischiano di diventare tutti complici della sua condizione, non facendo nulla per far sì che possa integrarsi.

Dunque, arriviamo al punto: perché la storia di Eleanor affascina così tanto? Perché probabilmente, in un modo o nell’altro, tutti noi siamo stati Eleanor almeno una volta nella vita. Chi è che non si è mai sentito fuori posto, escluso, incompreso o solo? In particolar modo nella società di oggi, che premia l’omologazione e reprime qualsiasi fragilità o manifestazione di originalità, queste sensazioni diventano purtroppo sempre più familiari. Ma per fortuna c’è Eleanor che ci insegna che non è mai troppo tardi per cambiare e per imparare a stare davvero bene, pur restando fedeli a noi stessi e a ciò che siamo veramente. Senza ombra di dubbio, lei è una grande maestra di vita in questo.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

La disincarnata

 Come reagireste se all’improvviso non riusciste più a percepire il vostro corpo? Di punto in bianco non siete più in grado di controllare i vostri movimenti, di afferrare una mela, o banalmente di stare in piedi. Per quanto sembri surreale, che ci crediate o no, sono stati registrati casi di persone che si sono ritrovate in questa condizione, con la quale sono costrette a convivere tuttora. Fu Oliver Sacks, un neurologo britannico, a parlare del primo caso di una persona “disincarnata” – così si è definita la paziente in questione – nella sua celebre raccolta di racconti L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Il filo conduttore che lega tutte queste storie insieme è proprio la rarità e la complessità delle malattie neurologiche dei pazienti che Sacks prese in esame, e che decise di mettere per iscritto. Egli è comunemente noto non solo per le competenze in ambito medico, ma soprattutto per la sua sconfinata sete di conoscenza e per il suo straordinario lato umano, che emergeva in modo particolare nel momento in cui entrava in contatto col paziente. Sacks difatti non si limita a trattare quest’ultimo come un semplice caso clinico da studiare, bensì come un individuo con del potenziale che fatica a emergere a causa del raro disturbo neurologico, il quale rappresenta un grande impedimento. Il lavoro di Sacks si distingue da quello di molti altri perché egli non dipinge la malattia come una mancanza o un handicap, ma come qualcosa da esplorare, una sorta di labirinto la cui via d’uscita è ostruita dal disturbo neurologico. In questo senso Oliver Sacks si spinge oltre il confine che delimita l’ambito puramente medico e scientifico, arrivando a ragionare fuori dagli schemi e in maniera creativa per trovare una cura che, come si evince dalla raccolta di racconti, spesso non risiede nella medicina ma nell’arte. Le forme d’arte quali il teatro, la musica o la danza, portano dei benefici non indifferenti ai pazienti affetti da rare malattie neurologiche e in diversi casi non solo si rivelano efficaci e terapeutiche, ma persino salvifiche.

La protagonista del racconto dal titolo “La disincarnata” è Christina, una giovane donna di ventisette anni, sana, robusta e normodotata, la cui vita è cambiata radicalmente dall’oggi al domani. Tutto ebbe inizio da un incubo che fece: sognò di oscillare sulle sue gambe come se le mancasse la terra sotto i piedi, aveva perso la sensibilità alle mani e non era in grado di afferrare gli oggetti. Si risvegliò terribilmente angosciata da questo sogno, ma il fatto ancora più spaventoso è che poco dopo quest’ultimo divenne realtà. Christina era letteralmente incapace di stare in posizione eretta, gli oggetti le sfuggivano di mano, come fosse scoordinata. Sacks e gli altri psichiatri sostenevano che avesse completamente perso il senso della propriocezione, ovvero il senso della percezione del proprio corpo. Il primo caso al mondo, a detta di Sacks, di una persona disincarnata. Analizzò il tutto con l’aiuto di altri fisiatri e psichiatri, ma sebbene avessero provato a partorire qualche ipotesi, alla fine dovettero ammettere di non essere riusciti a risalire alla causa scatenante di questo particolarissimo disturbo neurologico. Sfortunatamente, quello di Christina fu uno dei casi rimasti “irrisolti”, visto che non fu mai trovata una cura specifica ed efficace.

Col passare del tempo, grazie a una riabilitazione continua e intensa, la ragazza riuscì ad avvertire dei leggerissimi miglioramenti che le permisero comunque di andare avanti con la propria vita, se così si poteva chiamare. Si armò di una grande forza d’animo e del supporto costante della vista, l’unico ausilio a cui poteva affidarsi per guidare il suo corpo nello spazio circostante. Nonostante ciò, non fu mai più quella di prima. Christina dovette rassegnarsi al fatto che non era più padrona del suo corpo, ormai “morto”, irreale, vuoto. Ne aveva irrimediabilmente perso i confini.

A questo punto ci riallacciamo alla domanda iniziale: cosa hanno in comune le due donne, protagoniste di storie così anomale ed emblematiche?

Se per Eleanor la perdita – o il superamento – di quei confini personali rappresentava la possibilità di un cambiamento, il raggiungimento di una vita migliore, nel caso di Christina essa è praticamente l’opposto: la discesa verso gli Inferi, l’incarnazione del suo incubo peggiore, letteralmente.

La prima ottiene il suo riscatto perché dopo aver valicato il confine del suo spazio personale (e mentale) le si apre davanti un nuovo modo di approcciarsi alla vita, più sereno e felice. Mentre le certezze di Eleanor si vanno a consolidare, quelle di Christina cominciano a sgretolarsi davanti ai suoi occhi, perdendo il controllo di tutto, smaterializzando i confini del suo corpo, che non sa più dove inizia e dove finisce.

La differenza risiede tutta lì: nell’atto – inconsapevole – di valicare i propri confini, Eleanor rinasce dalle ceneri, come la fenice, mentre Christina ne resta sepolta e vi soffoca dentro, condannata a una vita da carcerata, imprigionata nel suo stesso corpo. Entrambe (s)confinate, ognuna a modo suo.