

Con Sandro Bonvissuto non abbiamo fatto un’immersione, piuttosto un fine pranzo. Uno di quelli tra Natale e Capodanno quando, finito il caffè, i figli spariscono, chi ha cucinato fa la spola tra il tavolo e la cucina per ripristinare un po’ d’ordine e l’ospite dell’ultimo momento, quello capitato per caso si intrattiene con il padrone di casa. Una chiacchierata rilassata, tanto che il mio imbarazzo per essere fuori luogo in un momento così intimo è stato smantellato in due secondi netti.
Non è facile parlare di radici. Incappare nei luoghi comuni è il pericolo che si corre, ma con Sandro è stato facile immergersi nelle sue origini perché il suo radicamento è profondo, ricercato, nel senso di pensato, voluto e perciò consapevole.
Le sue radici sono la sua famiglia, grande, corale, stratificata per generazioni, dove ognuno ha ancora il suo posto a tavola e il suo ruolo insostituibile; sono il pianerottolo, i vicini di casa, il quartiere, la strada, la comunità. Sentirlo parlare di collettività, in questi tempi in cui l’individualismo regna, è rincuorante.
Leggerti è facile, attraverso le parole riesci a creare immagini vivide nelle quali è facile immergersi: vivere in una città come Roma dove la bellezza è ovunque, dove anche il più piccolo particolare ha una storia, magari nascosta e da scoprire, ha influenzato la tua scrittura?
Sinceramente non credo… non ho mai neppure provato a descrivere la bellezza di Roma, nessuno è mai riuscito a descrivere degnamente Roma, meno che meno chi ci vive: troppo immersi nella sua complessità.
Il nostro quotidiano si scontra con l’ennesimo cantiere, non è facile vivere in una città che viene stravolta ad ogni giubileo.
È un rapporto di amore e odio, è una città che esercita e subisce il potere, da sempre.
Chi si è avvicinato di più alla realtà di Roma è stato Gadda con “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” ma Gadda non era romano… ecco! Forse è più facile per chi non è di Roma coglierne tutti gli aspetti. Un altro che sicuramente si è avvicinato molto è stato Pasolini: il suo amore per le borgate nasce dal fatto che era riuscito a comprendere che dietro a quella povertà c’era una carica di vitalità, un senso di appartenenza e di comunità che doveva essere preservato, che occorreva difendere dalla disgregazione che il consumismo avrebbe inevitabilmente causato.
Questo non significa che io non sappia cogliere la bellezza di Roma, la mia città è bellissima: ho la fortuna di vivere e lavorare in centro, il percorso che faccio in bicicletta per andare al lavoro, in orari particolari dove la luce, la luce di Roma è irripetibile ovunque, offre scorci da mozzafiato e spesso mi sorprendo a pensare: “Ma davvero ho la fortuna di vivere in questo luogo meraviglioso?”.
Nei tuoi scritti traspare questo legame forte che hai con le tue radici, nel tuo ultimo romanzo “La gioia fa parecchio rumore” racconti di un mondo che probabilmente è scomparso ma nel quale molti lettori, io per prima, si riconoscono e si immedesimano: leggere dell’acquisto del “divano chiamato Augusto” mi ha riportato indietro nel tempo, “seduta al mio posto assegnato per sempre” sul divano di casa mia acquistato con le stesse modalità, dello stesso colore a cui noi, purtroppo, non avevamo assegnato un nome.
Per i lettori che sono della mia generazione è facile che questo succeda ma non è questo il mio intento, non vuole esser un’operazione nostalgica, piuttosto un desiderio di verità perché non è vero che quel mondo lì non esiste più: c’è ancora, solo che è diventato invisibile. Eppure la maggioranza delle persone lavora, si sbatte, lotta con problemi veri. La difficoltà di far quadrare tutto con il poco che la vita ci offre e per questo ancora oggi fa fronte comune. Non mi interessa scrivere di piccole questioni esistenziali, non è l’individuo e il dramma che si consuma nella ricerca di se stesso, di queste storie siamo invasi. Prima di essere uno scrittore io sono prima di tutto un lettore e se a fine Ottocento a seguito della nascita della psicoanalisi aveva un senso scrivere di introspezione e conflitti interiori, oggi sinceramente si è raggiunto un grado di saturazione del genere francamente disturbante. A questo “io” dilagante è il “noi” che voglio raccontare: scindere l’io dal noi è funzionale a una società di matrice fortemente consumista. Il marketing utilizza proprio questo meccanismo, da individuo ti trasforma in consumatore, relegando la dimensione dell’altro solo nel soddisfacimento dei propri obiettivi e bisogni. Con questa visione l’esistenza di diritti comuni diventa solo un ostacolo al raggiungimento dei propri scopi. C’è una narrazione imperante che fonda le sue radici nel privilegio. In certi ambienti, ne abbiamo avuto esempi eclatanti nell’ultimo anno, il connubio privilegio e ignoranza sono una costante imbarazzante, ma questa è una narrazione alla quale è sempre più necessario opporsi: non solo perché abbiamo bisogno di riconoscerci in un orizzonte più ampio, di relazioni significative che ci arricchiscono e ci sostengono, ma soprattutto per dare dignità a quel mondo sommerso, nascosto, emarginato, che non legge anche perché non si riconosce più tra le pagine di quello che viene pubblicato. Si scrive molto e si legge pochissimo: è stato quasi sempre così, a parte il periodo del dopoguerra, chi leggeva proveniva dal mondo borghese, oggi più di ieri. Quando scrivo penso a mia nonna: se mia nonna capisce quello che ho scritto allora significa che ho raggiunto il mio scopo, perché è la gente come lei, semplice, con pochi strumenti ma con la capacità di comprendere tutto, che voglio raccontare.
Noi non siamo solo quello che abbiamo avuto o vissuto, siamo anche quello che ci è mancato, le occasioni sprecate, gli affetti che se ne vanno, i fallimenti, le persone che abbiamo perduto…
Infatti è così! Tutto concorre, puoi esserne consapevole o no ma il processo è quello. Avere una rete, che non è solo la famiglia, è quello che sostiene in questi momenti. In questo mi ritengo fortunato, perché la geografia del mio mondo non è stata oggetto di sradicamento. Casa dei miei è sempre quella ed è il centro dove ad ogni occasione, anche in queste feste natalizie, ci si raduna per i grandi pranzi. Questo va oltre gli affetti, le generazioni si confrontano, si parla di tutto e ogni argomento viene ribaltato e osservato da ogni angolazione. È una buona palestra, ti abitua a considerare che oltre il tuo punto di vista ci sono mille modi di vedere le cose. Ogni argomento, l’attualità come un fatterello del passato, concorre a comporre e modulare quella che è la tua visione in un contesto più grande, collettivo, non solo personale. Ci sono i nonni che con solo due parole ti aprono un mondo, i genitori che spesso devono far quadrare il “vorrei” con il “si può”, la gioventù con i suoi bianco o nero assoluti con la sua impazienza e il nuovo che avanza, gli zii complici delle prime esperienze… apri la porta e scendi le scale, magari per portare parte del pranzo alla vicina del piano di sotto, che sicuramente ricambierà con un giro di cambio scambio che dura da sempre. Apri il portone e trovi l’amico, il carrozziere all’angolo con il quale ti fermi a fare due chiacchiere, il quartiere del quale conosci le persone e le loro storie.
Quando ho scritto “Dentro” l’ho strutturato proprio pensando a questo flusso: si parte da un “molti” per arrivare piano piano a un “solo, solo uno” e ritornare a “due”.
Poi arriva quell’età in cui non sei solo le tue radici ma cominci ad essere radice per altri…
Questo è un processo naturale, non te ne accorgi nemmeno: se prima nell’ordine gerarchico eri l’ultimo a tavola, man mano che si libera un posto sali di grado. Io sono molto fortunato perché non si sono liberati molti posti a tavola ma sono padre: all’età di mia figlia ero già padre ed ero in attesa del secondo figlio, per lei è ancora presto, è una generazione diversa ma anche lei è cresciuta in questo contesto e cambierà ordine, è solo una questione di tempi. Cambiano le modalità, mio padre spesso comunicava con un solo sguardo, oggi il dialogo risente meno delle gerarchie famigliari ma fondamentalmente resta quello scambio vitale che, oggi come allora, aiuta a crescere senza pensare che tutto ruota attorno al proprio ombelico. Il luogo dove tutto questo è possibile resta casa dei miei, non solo nei giorni di festa, anche nel quotidiano resta per me un punto fermo.
Manca poco al nuovo anno, la domanda banale è inevitabile: progetti per l’anno nuovo?
Sì! Manco a farlo apposta ha a che fare proprio con le radici. Avevo già un mezzo progetto in testa e un piccolo enigma è sorto durante i pranzi di queste festività natalizie: un agnello cucinato secondo la tradizione di famiglia e uno zio che sosteneva di non averlo mai mangiato cucinato in quel modo. Questo mi ha confermato di poter raccontare le radici non solo attraverso i personaggi e il loro senso di comunità, ma anche attraverso gli odori e i sapori che esprimono a pari modo gli stessi aspetti di appartenenza e contribuiscono alla costruzione di un sentire collettivo.
