Le radici invisibili di Motown
7 Gennaio 2025
Storni nel caffè
7 Gennaio 2025

Tornare alle origini – Il canto della sirena

“Se nelle favole c’è il lieto fine è perché la narrazione si interrompe nel momento migliore”.

Carlo Freccero

“Il canto della sirena” scritto e diretto da Emma Dante è uno spettacolo di Teatro Ragazzi, liberamente tratto dal racconto La sirenetta di H.C. Andersen. Da attrice e burattinaia mi capita spesso di assistere a spettacoli pensati appositamente per l’infanzia e già prima di sedermi in platea avevo la sensazione che con Emma Dante avrei assistito a qualcosa di diverso, non edulcorato e devo dire che lo spettacolo ha superato le mie aspettative ed è per questo che ho deciso di parlarne. Spesso, e lo scrivo a malincuore, mi capita di imbattermi in spettacoli simpatici ma banali, come se il pubblico dei bambini non fosse mai abbastanza maturo per cogliere determinate tematiche e quindi si precipita nel politicamente (troppo) corretto, con spettacoli che possono anche divertire o educare ma quasi mai travolgere o suscitare emozioni e riflessioni più profonde.
La storia narra la vita di Agnese, ultima di sei sorelle, che vive nelle profondità dell’oceano in compagnia del padre Tritone e di tutte le creature marine. Il passatempo preferito della sirenetta però è quello di starsene appollaiata su uno scoglio ad ammirare la terraferma. Un giorno vede su una nave un bellissimo principe e se ne innamora all’istante. Poco dopo però il mare diventa burrascoso, si scatena una terribile tempesta, la nave è in pericolo e il principe cade in mare, dove viene prontamente salvato da Agnese che lo riporta a riva. Quando il principe sta per svegliarsi la sirenetta si rituffa in mare ma ormai è già talmente innamorata che non ci pensa due volte e corre dalla strega del mare per chiedere aiuto: vuole sbarazzarsi della pinna e ottenere in cambio un paio di gambe. La strega accetta di aiutarla ma la avverte, ogni volta che camminerà sulla terra, Agnese sentirà come se un coltello le trapassi la carne. Incurante del dolore a cui sta per sottoporsi, la sirenetta accetta ogni condizione, perfino quella di regalare la sua voce alla strega. La strega però l’ammonisce: se il principe non dovesse innamorarsi di lei, Agnese scomparirà, dissolvendosi in schiuma del mare. La sirenetta accetta e firma così (spoiler!) la sua condanna a morte. Perché il principe in un primo momento la riconosce, la chiede perfino in moglie ma quando, stanco di non sentirla parlare, ascolta la voce della perfida strega, è proprio di quest’ultima che si innamora. La strega e il principe si sposano mentre la piccola Agnese canta il suo silenzio in modo disperato e poetico, poco prima di sciogliersi e trasformarsi in schiuma del mare. Questa in sintesi la storia.
Il segreto di Emma Dante? Onestamente non lo so, so che ogni sua regia (che sia di Teatro Ragazzi o meno) per me è sempre un pugno nello stomaco. E non perché i temi trattati siano di una certa rilevanza o gravità, al contrario, spesso sono storie familiari, storie piccole che si consumano tra le mura domestiche, senza pretesa di universalità.

Eppure…

Nel caso specifico, credo che la ragione principale della mia sorpresa si nasconda nella scelta coraggiosa di tornare alle radici, cioè alle origini della favola di Andersen, una versione a cui la maggior parte dei bambini (ma anche di noi adulti) non è abituata, specie dopo il successo planetario della rivisitazione disneyana, con il classico lieto fine del “e vissero tutti felici e contenti”. Ma il punto è: possiamo raccontare, perfino ai bambini, un finale diverso? Rischiamo di spaventarli, trasformandoli in piccoli cinici disillusi?
Il finale scelto da Emma Dante non offre consolazione ed è addirittura più spietato della favola originale (in cui la Sirenetta diventa una figlia dell’aria con la promessa di ottenere un’anima e volare in Paradiso dopo trecento anni di buone azioni).
Sì, confesso che è una storia davvero triste, che commuove verso il finale fino alle lacrime (piangevano più gli adulti dei bambini) anche grazie alla cura delle scelte musicali. Ma i bambini, perché non piangevano? Ce n’erano tantissimi e la cosa che mi ha colpita è che erano in fermento e facevano tantissime domande: “E adesso che succede? Perché la sirenetta fa così? Ma è diventata mare?”… sì, è diventata mare. E noi perché non abbiamo il coraggio di raccontarlo?
Ora, senza entrare troppo nel merito dello spettacolo, una standing ovation ai meravigliosi attori Viola Carinci, Davide Celona, Stephanie Taillandier è d’obbligo; tre corpi che diventano danza, poesia, bellezza, ironia, tre corpi che con una scenografia ridotta praticamente all’osso (lenzuoli bianchi a simboleggiare le pinne, un paio di gambe di plastica e dei teli dorati a costruire il trono del re e della regina) riescono a narrare il dolore, il sacrificio, la crudeltà, la trasformazione, la morte, riescono a trasportarci in un racconto vivo con una maestria che altro che spettacolo di Teatro Ragazzi, io lo metterei in cartellone ovunque un prodotto del genere. E poi la regia. La mia passione per Emma Dante è palese ma vi prego, fatemi essere ripetitiva: si può essere così tragicamente coraggiosi a teatro?! Sì! Decisamente.
Tornare alle radici, quindi. E andiamo alla radice di radici: [ra-dì-ce] nome femm. (plur.radici) [etimologia: dal latino RADICE(M)].[1] Parte per lo più sotterranea di una pianta che ha la funzione di ancorarla al terreno e di assorbire sali minerali e acqua: quell’albero ha radici molto profonde. [2] In senso figurato, ciò da cui ha origine qualcosa: andare alla radice di un problema. E il problema in questo caso mi pare il seguente: perché evitiamo di raccontare storie tristi? Perché sentiamo il bisogno e non solo a teatro, di ripulire, addolcire, smussare le storie di dolore? E soprattutto, quando e perché abbiamo iniziato a farlo? Abbiamo iniziato a ripulire le fiabe?
Anche perché non è solo la storia della Sirenetta ad avere un finale tragico. Moltissime delle fiabe più conosciute dai bambini, da Cenerentola alla vendicativa Biancaneve dei fratelli Grimm, hanno lati oscuri, a tratti horror. Per non parlare delle fiabe di Giambattista Basile che Emma Dante ha riadattato spesso in teatro (nello stesso giorno ho assistito anche allo spettacolo “La scortecata”, un gioiellino la cui storia viene narrata oltre che da Basile anche dall’antropologo abruzzese Antonio De Nino nella sua nota raccolta). Dovremmo chiederci qual era la funzione della fiaba, perché è nata e con quali finalità, e poi indagare quando il meccanismo si è incappato e si è iniziato a pensare che no, ad un bambino non si raccontano certe cose.
L’origine della fiaba si perde nella notte dei tempi, dall’antico Egitto alla Grecia passando per l’India. Molti studiosi sono concordi nel ritenerla un modo per soddisfare un bisogno ancestrale dell’uomo, quello di raccontare e raccontarsi. Lo studioso Jack Zipes così la definisce: “La fiaba era al principio una storia narrata oralmente, semplice e immaginosa, che conteneva elementi di magia e prodigi, e si collega ai sistemi di credenze, ai valori, ai riti e alle esperienze dei popoli pagani”.
Se l’uomo è tale perché capace di narrare storie, se le storie sono sempre esistite e si sono tramandate di generazione in generazione, è perché l’uomo, inventando storie dà un ordine al caos, dà un senso alle cose, al mondo, a se stesso. La fiaba è quindi un insieme di insegnamenti, e ci mostra i nostri lati luce e quelli ombra, ma se togliamo tutta l’ombra cosa resta?
Se riusciamo a raccontare il dolore allora possiamo anche esorcizzarlo, come in un antico rito collettivo e mi viene in mente un libro bellissimo letto anni fa che parla proprio di questo, della funzione sociale del rito (“Dal rito al teatro” di Turner). Lo so che sono di parte perché il teatro è la mia vita ma credo davvero che oltre allo sport (sul quale non sono assolutamente competente e non posso pronunciarmi) sia il teatro l’ultimo grande rito collettivo che abbiamo a disposizione per raccontarci le verità, pure quelle che ci fanno male. Nel buio della sala si accende la magia, siamo tutti un unico respiro e assistiamo a qualcosa di insolito perché spesso conosciamo il finale delle storie, soprattutto delle opere più famose, eppure torniamo a guardarle ancora, ancora e ancora. Perché lo facciamo? Forse la risposta è più semplice di ciò che crediamo: nelle storie cerchiamo noi stessi e dentro di noi non c’è solo bellezza, non c’è perfezione, c’è tanto altro, ci sono sfumature di ogni colore. Non neghiamoci questi colori e non neghiamoli nemmeno al pubblico dei più piccoli.
Ma torniamo per un momento alla sirenetta: la sua storia e come lei ogni storia che sia davvero scritta bene, si presta sempre a più livelli di lettura. La sirenetta parla di sacrificio, di ciò che siamo disposti a fare per amore e soprattutto di ciò che siamo disposti a perdere per amore, parla di trasformazione, di morte, di perdita di se stessi e del concetto di identità, del tradimento dell’amore autentico. E come ogni storia che nasconde in sé altre storie, come una piccola matrioska, so benissimo che i bambini si fermeranno al primo livello o giù di lì. Ma perché negar loro il piacere di provare a capire? Di guardare qualcosa di insolito, diverso e magari piangere anche.
Mi viene in mente un altro grande classico per bambini, Il Piccolo principe, che non amo particolarmente ma anche in quel caso parliamo di morte anzi addirittura di suicidio. Perché possiamo farlo? Perché, che mi piaccia o meno, è scritto bene e quando usiamo la scrittura divinamente e la trasformiamo in poesia, possiamo azzardare a raccontare tutto, perfino la verità.
PS. per i lettori abruzzesi: se non conoscete Emma Dante e volete approfondire la sua regia, vi segnalo che a febbraio 2025, al teatro Marrucino di Chieti, potrete assistere a “Misericordia” uno spettacolo di qualche anno fa che vi terrà letteralmente incollati alla poltrona.