Immersione con Peppe Millanta
di Pagnoni Maria Gioia
(Mulisinasce)
Che cos’è il cielo se non un punto di vista? Anzi, il punto di vista! Lui sopra, immenso e carico di domande. Noi sotto, piccoli e insignificanti.
È mutevole, ingovernabile, misterioso e mai uguale. Ogni latitudine ha il suo cielo, così come ogni stagione, ogni momento del giorno e della notte: anche quando le coordinate di spazio e tempo sono identiche non sarà mai uguale allo sguardo di due occhi diversi. Con gli occhi rivolti al cielo non siamo solo uomini, siamo anche anima. Forse per questo lo abbiamo da sempre considerato il luogo del divino.
Materialmente è una conquista recente, l’uomo ha appena cominciato a carpirne i segreti, in pochi possono ambire di varcarne i confini, per la maggior parte di noi è rimasto il testimone del nostro posto nel mondo.
Peppe ne ha fatto un complice, un protagonista, il compagno di avventure che ti spinge a varcare i confini, a vincere le paure per affrontare la vita con coraggio e ottimismo.
Quando ho pensato a te per l’immersione a tema cielo non sapevo che sarebbe uscito “Il pescatore di stelle”, mi piaceva l’idea di ribaltare la prospettiva: invece di scendere in profondità desideravo provare a salire sulla mongolfiera “Vinpeel degli orizzonti”, seguire la “Rotta delle nuvole” per approdare di nuovo a Dinterbild e concedermi una lunga chiacchierata sul tuo sprequel “Cronache da Dinterbilt”… ora devo aggiungere una altra tappa al viaggio, non dovrò neppure uscire fuori tema, infatti i tuoi occhi sono sempre puntati al cielo e i piedi ben piantati, non a terra, in mare. E’ un connubio, cielo e mare, sempre presente nei tuoi romanzi, come mai?
Frutto sicuramente del mio vissuto. Ho avuto la fortuna di crescere a pochi metri dal mare. L’odore di salsedine è sempre entrato dalle finestre della casa dei miei genitori, così come il rumore delle onde nelle notti di inverno. Da ragazzo, quando la spiaggia non era ancora preda dei turisti, vivevamo con i miei amici al margine del mare. Si trattava di un limite, ma anche di un trampolino per i nostri sogni. Una terra di confine strana, quella con il mare, frontiera emotiva più che fisica, che ti costringe continuamente a stare in bilico tra ciò che sei e ciò che vorresti. Terra e mare. C’è poi un senso di sacrale, in quello spicchio di mondo lì. Come una cerniera che non si chiude mai. Le parole più importanti le ho dette e le ho ascoltate davanti al mare. Se c’era un discorso serio da fare, lo si faceva al mare. Se c’era un pensiero importante da fare, lo si faceva al mare. Quell’orizzonte davanti un po’ ti apre la testa, un po’ ti apre lo spirito. C’è un senso di solennità quando nomini il mare tuo intimo testimone, che forse può capire solo chi ci è vissuto. Ancora oggi, i pensieri, le decisioni, i rimuginii, le nostalgie, le vivo in quella cerniera lì, in quella terra di nessuno. Le mie storie abitano spesso lì, dove si annida quel po’ di sacro che per me resta.
“Il pescatore di stelle” è un romanzo per ragazzi, una favola moderna, ma affronta temi come la solitudine, le aspirazioni e i desideri, con una sensibilità e una scrittura che riesce difficile classificarlo. Come è nata l’idea di scrivere un romanzo per i più giovani? Sono tra i lettori più difficili, esigenti, difficili da conquistare, una vera sfida.
Sono stato un temerario! No scherzo, la suggestione me l’ha data Stefania Di Mella di Rizzoli, che aveva letto altri miei libri e mi ha invitato a questo viaggio. Però a livello formale non ho dovuto forzare il mio modo di scrivere, anche perché non sono capace di scrivere per un lettore ideale. Credo infatti che ogni storia si srotoli come un gomitolo e si incammini da sola verso il suo lettore ideale. Si tratta di un libro per i più giovani sicuramente per le tematiche affrontate, che sono universali: si interroga infatti sul rapporto tra l’umano e il suo essere animale desiderante. Poi sicuramente per la lunghezza, che è ovviamente molto più breve rispetto a un romanzo classico, e per la grafica, visto che si tratta di un illustrato, realizzato a meraviglia da Lavinia Fagiuoli.
I desideri, questi sconosciuti! Siamo circondanti da desideri indotti, moltissimi adulti hanno disimparato a costruire un desiderio, spesso si limitano a inseguire sogni preconfezionati, oppure, senza neppure rendersene conto, confondono i sogni con i bisogni… i ragazzi hanno ancora margine?
Ma assolutamente sì! Siamo noi ad averne sempre meno. Una società consumistica deve produrre degli infelici, perché l’infelicità porta al consumo. Una persona felice non consuma abbastanza. Il problema è che oggi ci vengono spacciati per desideri cose materiali, una dietro l’altra, quando il desiderare di Abramo gli offriva una esperienza di alterità. Desiderare ci aiuta ad essere altro da noi stessi. I desideri a cui ci hanno convinto non ci portano mai fuori da noi stessi, ma anzi incentivano a rimanere esattamente come siamo, nella nostra comfort zone. Tutto il contrario di quello che deve essere. Noi adulti siamo il problema, perché tendiamo a ridimensionare lo slancio al desiderio che hanno i ragazzi, o ancora peggio, tendiamo a giudicarli in base alle nostre categorie. I ragazzi da soli hanno il diritto e soprattutto il dovere di desiderare l’impossibile. Purtroppo per noi adulti un desiderio diventa un obiettivo da raggiungere, ma un desiderio non è questo, un desiderio è un viaggio che ci permette di svelarci parti di noi stessi, dando carburante a questa esperienza meravigliosa a cui ognuno di noi è chiamato: conoscerci.
Una cosa che mi piace molto dei tuoi libri è l’impaginazione. L’uso che fai dei capoversi, del corsivo, delle spaziature e delle centrature ecc…
Tu crei un flusso, una melodia a più voci: quanto lavoro c’è dietro a questo ritmo visivo che invita il lettore a giocare con l’autore?
Rileggo molto, e mi piace molto quando la pagina inizia in qualche modo a “suonare”. Per farlo ha bisogno di pause, di spazi, di a capo. Mi piace quando la pagina diventa in qualche modo “viva” e non si ingessa all’interno di una pagina, che è solo convenzione. Purtroppo faccio lavorare il triplo i poveri impaginatori… sono un po’ il loro terrore.
È recente la polemica sulle presentazioni dei libri, che sarebbero un inutile sforzo per chi scrive e per chi le organizza, inutili perché “non aiutano” le vendite. Ma non è che le presentazioni non vanno viste solo come strumento di vendita? Non sono strumenti di crescita, di confronto, dove possono nascere collaborazioni, amicizie, nuove idee? Non è forse un atto politico non rassegnarsi alle logiche del mercato e stabilire legami veri, reali e non adeguarsi a questa deriva “social” dove gli scambi sono virtuali, spesso costruiti, a senso unico, con l’unico scopo di produrre fatturato?
Faccio questa domanda perché è appena terminato Squilibri, il festival delle narrazioni: una tua creatura, pensata proprio come momento di condivisione e di crescita. C’è ancora spazio per immaginare luoghi di condivisione vera e promuovere le vendite attraverso strumenti che aiutano il lettore a fare scelte consapevoli e a sottrarsi a un “consumismo” letterario?
Dietro una presentazione c’è innanzitutto uno sforzo: c’è chi ordina dei libri, chi li spedisce, c’è l’autore che si muove, il moderatore che legge, chi fa la locandina e così via. Se uno sforzo così non genera nemmeno un pareggio di bilancio un problema c’è. Ma il problema ancora più grande è quando non genera neanche un’occasione di incontro e di scambio. Purtroppo c’è presentazione e presentazione, perché diverse sono le comunità che ci sono dietro i libri che si spendono per questa formula. Io da autore però una domanda me la farei: perché le presentazioni sono sempre meno frequentate? Tutte le altre arti hanno in qualche modo cambiato il modo che hanno di porsi rispetto al pubblico. Le presentazioni restano per la maggior parte paludate, statiche, strombazzanti in alcuni casi e molto egoriferite. Ha senso per un lettore dovere incontrare un autore? Cosa lasciamo nei posti dove siamo stati? Troppo spesso questi luoghi vengono scambiati per passerelle. Secondo me la questione è questa innanzitutto. Vanno rivisti il “come” della presentazione, e il “cosa” della presentazione. Altrimenti, rimarremo sempre più indietro, fino a quando la distanza sarà incolmabile.
I libri, le serie tv, i programmi televisivi, il teatro, la Scuola Macondo, Squilibri… quante stelle/desideri che hai pescato! Quale stella ti è più cara e, se c’è, la stella che ancora non sei riuscito a catturare?
Non voglio apparire retorico, ma il percorso che ognuna di queste avventure mi ha regalato. Dietro questi progetti ci sono relazioni, persone che ho incontrato, momenti allegri e momenti duri. Sono cose che hanno contribuito a rendermi ciò che sono, e ho innanzitutto un senso di gratitudine verso di loro. Le stelle più care sono sicuramente i libri, che per me sono uno spazio di libertà assoluta, e la stella che ho ancora da “pescare”, beh, credo sia la prossima storia.