

Urto, cozzo; da con–fligere urtare, una cosa con l’altra.
Da sempre associamo al termine conflitto il significato di guerra, ma in realtà non è il contrario di pace, bensì ciò che sta in mezzo tra la pace e la guerra. Nasce da una mancanza di conoscenza, di rispetto, di amore. C’è il conflitto di interessi, di valori, di cultura, emotivo; in ogni caso, il conflitto esiste finché c’è la volontà di far comprendere il proprio punto di vista, pur restando in ascolto. Si deve partire da verità oggettiva per mettere in luce tutte le sfumature soggettive, le nostre e quelle dell’altro. Se prevale la volontà di imporre, ci si prepara alla guerra; se, al contrario, si lascia spazio all’ascolto, ci si avvicina alla pace.
Non sempre è necessario essere in due per dar luogo a un conflitto: c’è il conflitto interiore se parliamo di etica, o un conflitto psichico se entriamo nel campo della psicologia; ma, nella maggior parte dei casi, il conflitto è il centro di due visioni contrapposte. Chi scrive lo sa, non c’è storia senza conflitto, e il conflitto più antico del mondo è quello che contrappone Marte a Venere.
Marilù ha esplorato questo conflitto da una prospettiva diversa, dando voce a un femminile che non solo non aveva diritto di parola ma, escluso da ogni dignità di partecipazione, è stato raccontato, spiegato, dalla voce maschile.
Marilù, in tutti i tuoi romanzi c’è la volontà di mettere in luce queste sfumature, di dare voce al diverso, come in Lo Zoo, o a chi non è protagonista, come nella trilogia dedicata alla riscrittura dei grandi classici – Iliade, Odissea ed Eneide –, dove riscrivi la storia dando voce a dee, regine, schiave.
La voce delle donne, fino ad ora, è stata “maschile”, donne scritte e pensate da uomini: tu capovolgi il punto di vista. Come è nata l’idea di riscrivere i classici attraverso la voce delle donne?
È nata quando mi è venuto in mente un retelling dell’Odissea. L’Odissea è un libro dove le donne hanno un ruolo speciale, quindi il mio lavoro è stato, come una scalpellina col marmo, cercare di farle emergere dalla materia epica. Ma loro erano già lì, pronte ad essere ascoltate, ciascuna con la propria forza e il proprio carattere: la frivola Calipso, che si vuole tenere stretto Ulisse come se lui fosse il suo toy-boy; la multiforme Atena, che veglia sull’eroe e lo consiglia; Circe, che, per non farsi mettere i piedi in testa dagli uomini, tenta di sopraffarli; Penelope, tanto intelligente quanto accorta. Sono tutte grandi donne, inclusa una schiava, la nutrice Euriclea, che, sebbene sia abituata a stare sullo sfondo, si rivelerà preziosa. Senza di loro, l’eroe avrebbe perso la patria, conservata con pazienza dalla moglie per vent’anni. Il progetto, poi, è proseguito prima con altre donne dell’epica classica e ora con quelle della Bibbia.
La tua non è una semplice riscrittura dei classici, ma un’operazione più complessa, un’analisi di come la narrazione del femminile abbia determinato la presunta inferiorità delle donne nella Storia. Quanto è difficile immaginare le ragioni di un altro che non riconosciamo proprio perché privato della possibilità di raccontarsi in prima persona?
La parola descrive la realtà ed è determinante nella formazione delle nostre idee, nella concretizzazione simbolica del nostro immaginario: il nostro modo di esprimerci racconta di noi, delle nostre memorie, dei nostri ricordi, della nostra mentalità, ed è fondamentale anche nelle relazioni, perché ci aiuta a capire meglio noi stessi e il mondo. Lasciare per millenni le donne ai margini anche nelle narrazioni ci trasmette sostanzialmente un messaggio chiaro: esse sono meno importanti. Io ho cercato, pur senza giudizi nei confronti di un’epoca così lontana, di ridurre questa disparità dando loro, appunto, la parola, ma anche il punto di vista e la prospettiva.
Hai attraversato diversi generi, non si può certo dire che tu non abbia sperimentato: dal noir al romanzo storico, dal romanzo per ragazzi ai romanzi a sfondo mitologico. In ultimo addirittura LA BIBBIA raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le Altre… Non ti spaventa nulla!
Per Erich Fromm “… l’atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l’inizio della ragione”. La tua Eva, non temendo la colpa e la condanna, è pronta a raccogliere il frutto della conoscenza, così ci racconta che, se è vero che l’uomo è nato da Dio, con lei nasce l’umanità.
Non tutte le donne da te raccontate sono così coraggiose, ognuna però racconta la sua storia, offrendo un punto di vista diverso. Non potendo raccontarle tutte, con quale criterio hai operato la scelta delle protagoniste?
Ho riportato le più significative, certo ci sono quasi tutte. Alcune raccontano direttamente, altre invece si lasciano raccontare dalla voce delle altre, come avviene, per esempio, ad Abigail, Ruth, la moglie di Lot, e altre cui l’Autore (quello con la A maiuscola) ha riservato una narrazione secondaria.
Hai raccontato che quest’ultima opera nasce dalla scoperta casuale di un manoscritto di tuo padre, scomparso quando avevi solo sei anni. Deve essere stata un’esperienza molto intima. In cosa ti sei riconosciuta e in cosa ti sei trovata in disaccordo?
Credo che avremmo potuto confrontarci serenamente su alcune questioni, ad esempio l’esistenza di Dio, verso cui lui non aveva dubbi e verso cui, invece, io ne nutro molti. Ma molto serenamente, senza pretese di convincerci e, semmai, arricchendoci l’uno col punto di vista dell’altra. Mi sono riconosciuta nel suo modo rigoroso di procedere, nella sua serietà, nella sua umanità, persino nella sua simpatia. Mi è venuto in mente quando ero piccola e lui studiava, mi raccontava della Bibbia, sfogliava i suoi libri in ebraico che a me sembravano depositari di formule magiche. Quei sei anni d’amore in cui lui mi è stato accanto mi sono rimasti dentro per sempre: forse sembra poco tempo, eppure quel tempo è bastato a coprirmi d’amore purissimo e a corazzarmi per tutte le batoste che sarebbero venute.
“Bologna e le sue strade bastarde. Quelle anguste e traditrici del centro storico…”
Ultima domanda dettata da bieco campanilismo: a quando un altro romanzo ambientato a Bologna?
Inizio 2026, sempre con Solferino. Un romanzo in cui non rinuncio al punto di vista femminile, e questa volta in maniera molto strong. Ma per scaramanzia non posso anticipare altro…
Conflitto, urto, cozzo… ciò che sta in mezzo tra la pace e la guerra.
Non fate l’errore di pensare che Marilù sia una scrittrice che parla di donne alle donne, perché la narrazione incentrata su una diversa prospettiva apre il varco, lascia finalmente spazio all’ascolto, mette in luce tutte le sfumature soggettive e ci regala la possibilità di vivere la realtà oggettiva con meno conflitto e più armonia.
