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Quando il male siamo noi

“Dimmi una cosa, amico mio. Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio”? Joker (Batman 1989)

Regola numero uno: mai fidarsi dei consigli cinematografici. Nemmeno degli amici in fissa col cinema. Nemmeno di chi lo fa o lo ha studiato. Fidatevi! Io, per esempio, incurante di chi mi ha sconsigliato di vedere il terzo “Nosferatu”, dopo aver amato i primi due (del 1922 e del 1979, rispettivamente di Murnau e di Herzog) sono andata a vederlo e ci penso da allora, tant’è che da lì nasce lo spunto per la riflessione che farò.
Scherzi a parte, il cinema, così come la letteratura, ma l’arte tutta, è un’esperienza troppo soggettiva e profonda per essere consigliata o meno sulla base delle nostre impressioni. Sono felice di non aver dato retta ai miei amici che si sono annoiati nel ripercorrere la storia del vampiro più famoso della storia: poca trama, troppo lungo, esercizio di stile, ecc. E se anche fosse? Troppo lungo, esercizio di stile, ecc. (sulla poca trama vorrei aprire un capitolo a parte ma mi asterrò)?

Il film di Robert Eggers, regista di cui vi avevo già parlato per consigliarvi (touché) il suo meraviglioso esordio con “The Witch” (2015), si cimenta stavolta col male in persona, ovvero col vampiro per eccellenza: il conte Orlok, invaghito della bella Ellen e desideroso di conquistarla o riconquistarla fino alla fine. Eggers ci regala un film imponente, suggestivo, con una fotografia mozzafiato e un senso di malessere che ci resta appiccicato addosso anche dopo aver terminato la visione. Ma perché? Perché bene e male si confondono, si mescolano fino a perdersi l’uno nell’altro.

Non entrerò nei dettagli del film proprio perché “Nosferatu” è un pretesto per analizzare la figura del “cattivo” da una nuova angolazione e così mi chiedo: quando, nel cinema, abbiamo spostato l’asse dal cattivo come “altro” da noi fino a farlo diventare “uno” di noi? Ellen, ad un certo punto, si chiede: “Il male nasce dentro di noi o viene dall’aldilà?”. Questa è la chiave di volta.
Il nemico non è più un vampiro pericoloso e assetato di sangue come nel primo rifacimento del 1922 (già nel 1979 il vampiro interpretato da Klaus Kinski riesce in qualche breve frammento a intenerirci, pur restando il “cattivo”), ma Eggers ci insinua il dubbio, strisciante e pure affascinante, che il male trovi origine dentro Ellen; non è forse lei che (per sbaglio?!) ha invocato durante una preghiera uno spirito malvagio legandosi a lui in un patto mortale? Come ha fatto un’anima pura e innocente a richiamare il male? Forse il male è dentro di noi così come dentro Ellen e poco vale se nel corso del film alcuni dottori tentano banalmente di parlare di isteria e dei soliti problemi uterini. Ellen è potente, ha dei desideri anche carnali verso il vampiro ma nessuno, soprattutto la società in cui vive, è pronta ad ammetterlo, nemmeno lei lo è. Eppure, ad un certo punto, il personaggio del professore Von Franz, interpretato da un sempre immenso Willem Dafoe, le sussurra: “In un altro tempo, lei sarebbe stata una grande sacerdotessa di Iside”. È Ellen a richiamare a sé il vampiro, che arriva ad accusarla dicendole: “Non sono io, è la tua natura”. E ancora: “Tu mi hai risvegliato, incantatrice”. Ellen da vittima a carnefice, da vittima a seduttrice perché: “Tu non sei di questo mondo”.
Potrei sbagliare, ma tanta dell’avversione verso il terzo capitolo di “Nosferatu” potrebbe derivare proprio dal mettere in discussione la nostra consolidata certezza sull’origine del male. Se il vampiro è vittima del richiamo di Ellen allora non è lui a farci paura (e infatti nel corso del film non sussultiamo mai di timore nel vederlo, un po’ perché perennemente in penombra un po’ per quell’accento esotico che, nel doppiaggio italiano, sfiora il ridicolo), ma è la dolce Ellen a spaventarci, nei suoi sempre più frequenti episodi di possessione.

Andando a ritroso nella storia del cinema, quando è iniziato questo sdoppiamento tra cattivo/fuori/diverso e buono/dentro/simile? Quando, insomma, i confini dell’antagonista sono sfumati rendendo difficile identificare il nemico?
Sicuramente con Romero e gli zombie-movies. Anche in questo caso vi avevo già parlato del suo capolavoro “La notte dei morti viventi” (1968), da cui sono poi scaturiti una miriade di altri film nonché di rifacimenti, più o meno riusciti, quali “Resident Evil” e “28 giorni dopo”, fino ad arrivare all’acclamata serie “The Walking Dead”.
Romero ha praticamente rivoluzionato il genere: prima di allora, infatti, gli zombie avevano sempre a che fare con stregoni e riti vudù, ovvero erano uomini che, in seguito all’incantesimo di uno stregone, diventavano schiavi di quest’ultimo, del tutto deprivati delle proprie facoltà intellettive. Con Romero, che si ispira al romanzo fantastico “Io sono leggenda” di Richard Matheson, gli zombie sono uomini come noi, tanto che all’inizio si fa quasi fatica a riconoscerli, ma sono morti che tornano in vita, affamati di carne umana; a tal proposito, una delle scene più evocative del capolavoro di Romero è quella in cui Barbara, scampata al primo attacco di un non-morto e che, invece, vede perire il fratello, riconosce quest’ultimo tra i non-morti che, a fine film, riusciranno a entrare nella casa in cui si è rifugiata insieme ad altre persone, e sarà proprio il fratello a trascinarla via con sé (mi dispiace per lo spoiler ma stiamo parlando della storia del cinema).
Il nemico, quindi, non è più qualcosa o qualcuno diverso da noi, ma è il nostro vicino di casa, nostro fratello, perfino nostra figlia, come accade ai due coniugi Harry ed Helen: la piccola Karen, ferita a un braccio dal morso di un non-morto, dopo aver accusato strani sintomi, finisce per trasformarsi lei stessa in zombie, divorerà il padre e ucciderà la madre. La “cattiva”, in questo caso, è addirittura una bambina malata e dall’aspetto angelico che, per buona parte del film, viene, a turni, accudita e coccolata. Mentre si fa di tutto per proteggere la casa sbarrando porte e finestre dal male esterno, il male si diffonde letteralmente dentro casa. E questo fa molto più paura perché il confine tra dentro e fuori si confonde e si sovrappone a quello tra buono e cattivo, bene e male. E allora, se il nemico da combattere può essere qualsiasi persona, non possiamo fidarci di nessuno. Tutti contro tutti.
La genialità di Romero sta in questo, pioniere nel percepire che la cosa che più ci spaventa siamo noi stessi. Perché, in fondo, temiamo tutti di essere Ellen.
Temiamo tutti di essere non-morti.