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Saba Anglana – La signora Meraviglia

La tua storia, la tua narrazione fa un salto dall’Etiopia alla Somalia, poi arriva all’Italia, dal 1938 al 2015, tanti anni di questo percorso, che riesci a raccontare, facendoci entrare nel tuo mondo. La prima domanda è proprio quella su come si riesca a entrare nelle tradizioni, nella storia delle persone, come si riesca in qualche modo a voler trasmettere questa storia alle altre persone che ti ascoltano. Vorrei sapere quanto sia importante per te aver deciso di scrivere questa storia?

Alla faccia della domanda molto facile, pensavo di iniziare con una cosa più easy. Io ti ringrazio perché comunque è una domanda molto profonda e ho intenzione di dirti cose che non ho detto finora.

Perché tante cose io le ho scoperte post pubblicazione, dopo che le ho scritte e le ho consegnate al pubblico, ho avuto i feedback, dopo che ho presentato il libro molte volte; a un certo punto ho preso una distanza importante da ciò che ho elaborato. Ti fai queste domande oggi e dai delle risposte, secondo me, diverse rispetto alle stesse domande di mesi fa, perché non pensavo di poterle dare sei mesi fa quando è riuscita “La signora Meraviglia”. Io penso di non essere stata completamente consapevole di come poi è stato il racconto, così diretto e libero. È venuta quasi a visitarmi un’energia del racconto, da parte delle persone che ho intervistato della mia famiglia.

Perché la realtà non è mai completamente così come noi la vediamo, noi abbiamo una visione estremamente personale. Mi piacerebbe poterti dire che ho semplicemente raccolto e restituito, ma io ho fatto, me ne rendo conto dopo mesi, una forma di sintesi molto personale che mi è servita perché è diventata una specie di cura. Mi serviva un racconto attraverso i miei occhi in maniera organica, molto aderente ai fatti dei miei accadimenti, ma poi c’è lo stile, il mondo della scrittura e le parole che scegliamo.

La scrittura è sempre elaborazione. Io non ho fatto un reportage, non ho fatto solo ricerca. È stato importante, spesso anche difficile penetrare nel racconto, chiedere di più, mi sono fisicamente messa proprio sulle tracce della storia della mia famiglia.

Poi, come racconto nel libro, sono andata veramente a intervistare gli amici più volte, li ho invitati a raccontarmi. È stato difficile chiedere e spingere le domande per stimolare anche delle cose che non erano completamente facili da raccontare, però io non ho difficoltà nell’essere diretta nelle domande, entrare anche con il fioretto o con il bisturi nelle storie e chiedere direttamente la temperatura emotiva, stimolarla anche in un’intervista. Ho bisogno di quello, anche a costo di essere invadente.

L’ho fatto, c’è stata disponibilità da parte dei miei parenti, della mia famiglia, di tutti quelli che ho intervistato, perché bisogna effettuare una ricognizione storica importante alla base. Ma poi tutto quello che io racconto, credendo di poter restituire in forma di cronaca, è stata invece presa da una sintesi, uno sguardo, un bisogno, un potere di elaborazione che ha fatto scoprire una parte di me interiore. Perché sennò, a cosa servono le storie? Non sono solo degli storiografi, anche lì non saremmo mai completamente imparziali.

Se tu non racconti lo sguardo di te che osservi, ci sono tanti punti di vista e la sintesi di questi punti di vista ha creato anche questa pluralità all’interno della storia. Questa è stata forse una cosa più difficile da rendere dal punto di vista anche tecnico.

Non scivolare mai in una specie di giudizio, ma fornire costantemente punti di vista anche contrari l’uno all’altro, da una parte o dall’altra della barricata. I razzisti e quelli che subiscono il razzismo emergono nella parte dell’episodio a Venezia, ma era molto macroscopico, mai mi è interessato il razzismo dal punto di vista della storia. È poca cosa, è banale parlare solo di razzismo, ma sono importanti i punti di vista sugli altri su altro ancora, è ogni volta una scoperta, entrare e uscire dal punto di vista.

Quindi non è stato tanto difficile chiedere, informarmi, ma spesso lo è stato inoltrarmi nei territori del non-detto. È stato complesso creare una sintesi di tutti i miei sguardi, che mi salvasse da un vero giudizio, ma che mi potesse restituire la complessità di sentire. È stato forse il risultato più grande, dal punto di vista personale.

Già di per sé scrivere richiede sempre una capacità anche oggettiva di vedere alcune cose, soprattutto quando si narra, si mette qualcosa di proprio. Questa, invece, è tutta roba tua. Cioè, è tanta materia che ti appartiene, nel bene e nel male, nel dolore e nella gioia.

Come ci sei stata? A parte anche le ricerche che hai dovuto fare, come ci sei stata?

Io non ho molto pudore neanche per i sentimenti più estremi che mi appartengono, perché forse a proposito di donare, la cosa più importante che possiamo donare agli altri non sono soldi, non sono oggetti, ma è la nostra esperienza. Più siamo onesti e sinceri su quello che proviamo, sulle paure soprattutto, più le mettiamo a disposizione degli altri e più doniamo un vantaggio agli altri. Cioè, io ci sono passata, ho visto queste cose, mi è successo questo e quest’altro, e poi puoi decidere di vivere la stessa cosa, esattamente, oppure prendere un’altra strada e scoprire altro.

Quindi non ho avuto particolare pudore nel raccontare cose molto intime. E dal punto di vista della scrittura, amando i libri, ritengo fondamentale che in tutto ciò che venga scritto, si senta lo sguardo dello scrittore, la penna, la personalità, la visione di un essere molto emotivamente coinvolto, anzi è la cosa che più mi interessa. Quindi ho avuto questa fortuna di raccontare una storia molto vicina a me perché c’è un principio di realtà molto forte.

Tutto, quasi tutto, quello che ho raccontato parte da cose realmente accadute. E quindi questo è un vantaggio dal punto di vista del raccontare qualcosa di autentico.

Non devo inventarmi un rito di guarigione perché penso che la guarigione passi attraverso l’irrazionale o quello che non riusciamo a misurare o pesare. È successo. Quindi io ne faccio una specie di racconto, una cronaca che ha di per sé le armi della letteratura, della scrittura, un vocabolario, la scelta di parole. Per esempio la guarigione viene anche aiutata dal punto di vista sovratemporale, perché se io racconto qualcosa che è successo cinquant’anni fa, prima che io nascessi, un episodio magico che ha provocato una guarigione irrazionale, guarda caso, quella guarigione arriva a me e guarisce una parte di me. E se io racconto il mio principio di guarigione nel presente con un salto di cinquant’anni, mi appartiene una parte che è già successa prima che io nascessi.

Ho avuto quasi bisogno di scriverla, c’è un punto in cui ho detto: è il momento. Ne ho avuto bisogno, moltissimo, perché queste storie le ho raccontate, alcuni episodi, alcune cose le ho messe dentro i miei spettacoli, dentro le mie canzoni, perché sono sempre le cose, sono i gioielli di famiglia.

Ci sono delle famiglie che hanno corredi, hanno i bauli pieni di lenzuola perché tradizionalmente era così, io ho questo corredo di storie un po’ complesso che avevo bisogno di riprendermi, quel corredo che mi appartiene. Sono anche figlia primogenita, mi sono quasi sentita investire, forse mi sono arrogata, rispetto ai miei cugini, una specie di mandato, dovevo mettere insieme le cose, riordinarle e poi restituire soprattutto alla mia famiglia, che per me era il primo pubblico e poi è venuto il resto.

Qualcuno di loro mi diceva come avessi fatto a spiegare tutto così minuziosamente. Uno scrittore si mette a disposizione della scrittura liberamente, si fa canale e si fa attraversare da quella storia e dalle cose che arrivano. È come se io avessi magicamente indossato un visore perché io ero talmente pregna di tutta questa storia, di questa grandissima suggestione, io ero lì.

La Saba Anglana cantante, attrice, artista sotto vari aspetti ha influenzato la parte scrittrice?

Noi siamo viaggiatori, esploratori, la scrittura ti permette di connetterti con le persone in modo particolare, più della musica, perché nella musica tu riesci a far cadere nel presente delle cose, cioè magicamente tu chiami un’energia e la restituisci.

Nel lavoro di scrittura, almeno dal mio punto di vista, tu sei un’artista che deve far vivere un insieme di fattori diversi, di pesi contro pesi, di questioni quasi anche matematiche, di profondità, di sguardo, di dimensioni, di conoscenza. Lì dove tutto parla, è come una specie di sfera, ogni punto della sfera è equidistante dal suo centro, ogni elemento dialoga con l’altro.

Nel tuo racconto parli di un quadro che tu stessa hai realizzato la “Gorgone”, che spesso guardi, con cui dialoghi, che a volte rappresenta la tua coscienza e altre volte il tuo opposto, che in alcune occasioni ti fa paura. Saba che guarda la Gorgone, esiste, l’abbiamo fatta questa gorgone? All’inizio ho pensato che fosse uno specchio, che fosse un modo per vedersi poi invece man mano col tempo sembrava una coscienza nera o comunque qualcosa con cui poter colloquiare.

Esiste veramente tutto quello che ho raccontato sulla “Gorgone”, c’è ed è forse la cosa più intima che ho raccontato di me, uno perché riguarda il mio sangue di donna, cosa che dal punto di vista dell’educazione familiare, delle convenzioni, è tutto quanto molto sottaciuto, e due perché comunque l’ho dovuto raccontare in quel modo, l’ho dipinto esattamente in quel modo; quindi, la maggior parte del pubblico si immagina me, che utilizzo la parte più intima di me, il mio sangue e dipingo. Però, devo dire, io sono appassionata di arte, soprattutto di arte moderna; quindi, le provocazioni legate alla vena artistica, dove la provocazione non è fine a se stessa, non è volgare, anzi è più necessario, e non mi mette in imbarazzo.

La presenza della “Gorgone” è primariamente una terapia per le donne che vogliono conoscersi, che cercano di sperimentare, di amarsi e di avere un rapporto con loro stesse. È una forma di autoanalisi, è uno specchio, è uno strumento diagnostico, è la risposta alla domanda su come mi sento, non tanto come mi vedo, mentre provo a descrivere me stessa e invece lì ti racconti la verità, ti parla in maniera istruttiva, ti dà delle informazioni che puoi usare.

Nel tuo racconto si parla tantissimo di riti, di tradizioni; noi veniamo da una società in cui tante persone quando dici che senti delle voci intorno a te, oppure che tua nonna curava il malocchio, ti prendono per strana.

Io vivo con la capacità di ascoltare le cose molto meno materiali quindi molto eteree, molto radicate nelle radici, nelle tradizioni nel passato; io sono immersa in questa situazione, in questa realtà io da piccola avevo molto paura di tutto questo e quando tu hai molto paura, non ti riconosci; un potere di cui io avevo molto paura per esempio anche se sono sempre stata una specie di animale notturno, per cui per me la notte era molto difficile da superare, perché sentivo una notte abitata, o di grande solitudine in cui succedevano delle cose, in cui comunque temevo sempre di intercettare delle energie che non fossero quelle dell’episodio reale, così avevo bisogno della luce accesa. Io pensavo che fossero cose soltanto legate ai bambini, forse erano queste voci delle scuole coraniche, che si sentivano a Mogadiscio, da piccola nella culla piangevo tanto, perché sentivo queste voci. A un certo punto della mia maturità ho sentito prepotente la coesistenza di piani, di dimensioni che sono abitate, sono dimensioni che ci sfiorano, che coesistono, che vivono e che io ho imparato a, diciamo, “evocare”, a frequentare. La musica è il canale più immediato, respiri bene, tu fai da canale, arriva l’energia. E a un certo punto incominci a fare domande e chiedere, le persone che sono più vicine a te scoprono delle cose che non hanno delle spiegazioni logiche, che non usano gli strumenti della nostra cultura occidentale e razionale.

Quello che ho capito attraverso anche le mie ricerche è che non possiamo dire che sia reale solo tutto ciò che riusciamo a vedere, a misurare e a riprendere.

E poi, dal punto di vista del bacino di informazioni, i paesi di cui racconto nel libro sono pieni zeppi di strumenti eterei. L’ultima volta che andai in Etiopia, queste voci che cambiano, sono cose che a me sembrano tutto quanto estremamente possibili. Poi tu capisci che da questa parte del mondo siamo lontani dal nostro mondo occidentale, dove si cerca di dare sempre delle spiegazioni.

Ho sentito di tante culture che si parlano, ma ho scelto anche di vivere parte della mia vita nel sud Italia, in cui sono ancora vive certe tradizioni, in cui c’è sempre questo canale aperto con i rituali.

Ti porti dietro i colori, i posti, cioè in un certo punto nella storia parli di tornare al mare, di riconnettersi un po’ anche con quel posto che è Ostia, comunque, nella parte dove vivi, però al tempo stesso, quando parti e vai nell’altra parte del mondo, ci metti un po’ a rimetterti insieme coi pezzi o basta poco per quella riconnessione.

C’è una profonda capacità di riconnettersi anche con i luoghi che ti appartengono, è l’ascolto, perché l’ascolto non è soltanto come orecchie, ma con tutti i sensi, come se tu uscissi da te stesso e osservassi l’interazione tra il tuo corpo, le tue capacità emotive e le tue registrazioni, cioè l’interazione tra te e il mondo. Ma tu sei qua, ma tu potresti essere anche in una stanza a Zanzibar.

Nella tua storia la morte è una protagonista molto presente e vicino alle persone e ai ricordi. Bisognerebbe imparare a parlare della morte per renderla più vivibile.

Negli algoritmi dei social vieni bannato quando parli di morte, per cercare sempre di allontanarla e demonizzarla. La morte è un’entità importante della vita nella mia storia, bisogna farci spesso i conti e senza averne paura. Per me è un’ossessione, la mia storia è un’ossessione dolorosa perché tutto parte dalle ferite, questa consapevolezza della fine, della dimensione in cui viviamo, nel nostro corpo fisico. Io ho avuto uno schiaffo pesante quando è morto mio padre. Avevo 20 anni e ogni tanto ancora adesso ho dei momenti dolorosi, di acufene, risentendo quella mancanza.

Viviamo in una società in cui la morte, così come la vecchiaia, è photoshoppata, è censurata altrimenti il video non viene visualizzato. Non abbiamo gli strumenti, se continuiamo a non parlarne. Quando succede, ti devasta la vita, significa che per tutto il resto della tua esistenza, tu dovrai continuamente ricostruire quel momento a proposito di salti temporali e poi avrai a che fare con questa nozione di dolore.

Le persone evitano di parlarne, passa il carro funebre e fanno gli scongiuri, ma la vita e la morte sono estremamente vicine, io ho paura del prossimo appuntamento con la morte, non della mia morte, ma delle persone che amo.

Credo che sia un tuo punto di forza, quello di riuscire a parlare della vita e della morte in questo modo, a volte molto ironico, a volte facendo entrare te stessa nel dolore, questa storia è meravigliosa, proprio perché non ti fa perdere di vista questa importanza del legame vita e morte.

Comprendere la morte ti fa capire quanto è importante vivere, riesci a farlo attraverso le storie, attraverso la tua vita, attraverso la storia di tutti gli incontri, si percepisce la paura. Non ne ancora mai scritto la morte nelle canzoni, né rappresentata, forse ne varrebbe la pena. Nel Vittoriano, a proposito del Vate, c’è una stanza in cui lui faceva le prove su come si può morire, si metteva lì e faceva le prove. Prendeva confidenza, immaginava, metteva in scena la propria morte ancora prima che succedesse. Però vale sicuramente la pena parlarne. Ritengo che più se ne parli in tante salse, più si riesca ad avvicinarsi, a ridurre la distanza tra la paura e la consapevolezza.

In uno dei discorsi che abbiamo fatto con le donne della mia famiglia, mia madre, mia zia e mia sorella, a bruciapelo ho chiesto: “Se muori te mamma, io non so che vestito metterti. Dobbiamo decidere che vestito metterci, no? Adesso ognuna di noi lo decide o lo mettiamo in un cassetto”. Però poi da lì ho cominciato a dire: “Ma se muore mia mamma, io chi chiamo? Come si fa? Perché queste cose le dobbiamo imparare con la violenza del trauma? Perché non prepararci con l’aspetto pratico prima che accada”.

Nella tua storia hai toccato proprio il mondo, secondo me; non conosco altre parti dell’Europa, però l’Italia la conosco bene dal punto di vista degli uffici amministrativi e di chi sta dietro lo sportello. La tua non è una denuncia, ma è veramente un sottolineare l’incapacità, la non-empatia, la mancanza di strumenti di cui molte persone che si trovano ad avere contatti con problematiche più grandi di loro, perché io non posso comprendere la difficoltà che può avere chi scappa dalla guerra per cercare di vivere qua, ma ci posso provare a capire con l’empatia, con la sensibilità.

Tu devi viverla per capire quanto ti senti braccato; proprio in quel momento di chiusura io ho avuto il tempo per finire la storia perché non potevo fare altro, ero prigioniera in casa, ho cominciato a sistemare tutto il materiale.

Rispetto a quello che dicevi tu della burocrazia, io non vorrei che questo romanzo venisse percepito come una pura e semplice denuncia degli attori della burocrazia, perché lì dentro invece spesso sfugge, ci sono degli esseri umani che agiscono contro il sistema, che è una specie di entità. Poi ci sono le persone che combattono contro, che si mettono di traverso, che ti offrono delle strade alternative e diventano dei facilitatori: come nella signora Meraviglia il caso di un avvocato e del funzionario di Ostia.

Tu cerchi di trasmettere un po’ di bene e un po’ di male, un po’ di vita e un po’ di morte in tutti, in tutte le persone per cercare di avere quella sensibilità, quella empatia; non si può pensare né augurare a tutti di attraversare delle cose brutte per capirle o di passare un inferno di guerra per capire perché sennò siamo punto e a capo.

Leggiamo per questo, le cose bisogna viverle, le vivi profondamente, se non hai l’empatia, le vivi e poi o ti incattivisci oppure con i tuoi canali provi a empatizzare, crei, solidalizzi e diventi migliore.

Hai pensato a un tuo lettore ipotetico?

No, assolutamente no. Fortunatamente ero completamente priva di questa forma di narcisismo. Lo facevo per me. Lo facevo per me e ogni tanto ti confesso che pensavo al momento in cui l’avrebbe letto la mia famiglia. Ed è successa questa cosa molto bella che auguro a chiunque scriva della propria famiglia. È successo che subito dopo che è stato pubblicato, mia sorella ha deciso di leggere ogni sera due capitoli del romanzo, quindi due capitoletti della storia a tutta la mia famiglia di donne che era collegata con internet da diverse parti dell’Italia. Una sera mi è capitato di assistere a tutto questo senza che gli altri sapessero, sapeva soltanto mia sorella perché eravamo nella stessa casa. Io ero sopra nel soppalco, nel letto, ero accucciata a sentire le mie parole in bocca a mia sorella che raccontava alle donne della mia famiglia, comprese mia madre, mia zia, me stessa e agli altri miei familiari. Ho sentito un pianto buonissimo, ho attraversato delle lacrime buone, mi sono commossa profondamente perché sentivo il loro silenzio, le loro reazioni, certe volte le loro risate, tutto questo è stato un pianto di cura. Loro erano il pubblico, forse, il primo pubblico che ho avuto.

Mi sembra comunque una storia suo malgrado di moda e anche di ribellione. Io ci ho provato in tutti i modi a non essere di moda, ma è un tema di grande attualità. Inoltre, la questione della cittadinanza è diventata importante, è la questione delle libertà individuali.

Io sono nata italiana, con tutti i documenti, il passaporto italiano, con tutti i diritti, perché mio padre era italiano, anzi sono entrata in Italia da profuga; quindi, ho avuto una borsa di studio. Avevo soltanto i miei diritti di origine, ma anche potenziati da questo status. A un certo punto, però, tutto è decaduto, è cambiato quando, durante la pandemia, avendo fatto delle scelte sanitarie diverse, mi sono trovata fuori da questa realtà.

Quello che raccontiamo dipende dal periodo che stiamo attraversando. Io ho finito il romanzo, proprio in quei mesi in cui era scattata l’imposizione dell’obbligo vaccinale. Per cui non potevo neanche lasciare l’isola, dovevo restare in Sicilia a casa mia. E lì ho cominciato a riflettere sul fatto che per un bene superiore è possibile cambiare delle regole che fino al giorno prima ti hanno garantito dei diritti. La follia di certe regole, anche se mettiamo il caso, a me sono concesse, sono sempre varate per un bene superiore, ho imparato a diffidare delle cose che vengono fatte per questo bene, perché lì ci si infila una forma di fascismo, inteso come imposizione di regole per un bene supremo.

Ecco direi che regalerei il libro a qualcuno che possa percepire qualche strumento in più per ascoltare e guardare l’altro, non per puro insegnamento.