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Lo sconosciuto nello specchio

Secondo una ricerca recente, passiamo un sesto della vita a occuparci della nostra immagine. Spesso davanti allo specchio. A volte siamo come Narciso e ci innamoriamo del nostro riflesso; a volte siamo come Vitangelo Moscarda che si aliena da se stesso per colpa di una lieve stortura del naso.

Quando poggiamo la mano sulla superficie fredda dello specchio, essa combacia perfettamente, ma, se l’allontaniamo, ci accorgiamo che la destra è diventata la sinistra. Il riflesso ci assomiglia in maniera impressionante, ma siamo davvero noi? È un nostro sosia, o un nostro duplicato? Perché c’è differenza tra il primo e il secondo. Infatti, sono quelli i titoli di due romanzi:

  • “Il sosia”, di Dostoevskij, del 1846.
  • “L’uomo duplicato”, di Saramago, del 2002.

Gli eroi… poco eroici:

Il protagonista del romanzo di Dostoevskij si chiama Golyadkin, un funzionario di basso rango, completamente sprovveduto dal punto di vista sociale: ignora le buone maniere, è goffo, spesso balbetta e bofonchia.

Per Golyadkin, però, la propria riservatezza è un punto d’onore. Lui è uno che “va per la propria strada”, non come gli altri, che “puliscono i pavimenti con le scarpe”.

All’inizio del romanzo, infatti, quando incontra un suo superiore, indeciso se salutarlo o no, pensa che sarebbe meglio se facesse finta “di essere qualcun altro”, qualcuno che gli “assomiglia in modo strabiliante”. Subito dopo, si reca a una festa nuziale, ma viene mandato via dalla servitù, su ordini dei padroni. Offeso, vi si imbuca comunque. Poi, però, a causa della sua incapacità di relazionarsi, si umilia pubblicamente e viene sbattuto fuori.

In preda al furore, cammina per le strade di San Pietroburgo, nella bufera di neve e nel buio, finché incontra un uomo che lo fa sussultare: lo conosce molto bene, ne sa persino il nome. L’uomo misterioso, scrive Dostoevskij, “non era altri che lui stesso: Golyadkin. Un altro Golyadkin, assolutamente identico a lui. Era, in una parola, quello che si chiama il proprio sosia, sotto ogni profilo”. Di fronte a tale visione, perde i sensi.

Il mattino seguente conclude di aver sognato tutto, finché arriva a lavoro e ci trova il suo sosia, appena assunto. Golyadkin si sente come se gli avessero puntato “uno specchio ustorio” addosso.

Dall’altro lato, il protagonista del romanzo di Saramago, che risponde all’altisonante nome di Tertuliano Màximo Afonso, è un insegnante di storia, divorziato e depresso. Su consiglio di un collega, noleggia un film (intitolato, non a caso, “Chi cerca trova”). Vedendolo, nota che un attore gli somiglia in maniera impressionante. Allora noleggia altri film di quella casa di produzione, fino a che, dai titoli di coda, riesce a risalire al nome dell’attore, Antonio Clàro. Tertuliano diventa ossessionato: deve incontrarlo.

A differenza di Dostoevskij, Saramago si sofferma a lungo sulla scena dell’incontro: i due uomini, a un certo punto, si trovano uno di fronte all’altro.

Antonio, scrive Saramago, “era nudo dalla testa ai piedi ed era, dalla testa ai piedi, Tertuliano Màximo Afonso, professore di storia. Allora Tertuliano Màximo Afonso […] cominciò a spogliarsi pure lui, […] ma, quando ebbe finito, […] si era trasformato in” Antonio Clàro “attore di cinema, con l’unica eccezione visibile dei piedi perché ancora non si era tolto i calzini”.

I due si scrutano, sbalorditi. Si confrontano “ogni vena, ogni ruga, ogni pelo, le unghie una per una” e, probabilmente, tutte le altre cose che gli uomini sono soliti confrontarsi. E ogni singolo dettaglio del loro corpo si ripete “come se fosse uscito da uno stampo”. Confrontano anche la data di nascita: è la stessa. Ma l’orario? Tertuliano è nato alle due del pomeriggio. Al che Antonio dichiara trionfalmente di essere nato trentuno minuti prima. Tertuliano gli chiede che differenza faccia e Antonio glielo spiega: “Io c’ero già quando lei è nato”, quindi “il duplicato è lei”.

L’apparenza come identità:

I titoli dei romanzi, quindi, contenevano già tutto: in Dostoevskij si tratta di due sosia; in Saramago di due uomini duplicati.

L’inconcepibile conformità delle due coppie di personaggi causa nei protagonisti un senso di umiliazione e di perdita, perché ruba qualcosa alla rispettiva identità. Un concetto attuale, vista la natura omologante della nostra società. Quanti sforzi facciamo, quotidianamente, per sentirci più simili agli altri – o comunque meno diversi? I due Autori, però, ci avvertono: è una trappola.

Questa perdita di identità è esplicitata nel testo di Saramago: Tertuliano, prima di andare via con l’intenzione di non vedere mai più Antonio, si consola del fatto che l’altro, essendo nato trentuno minuti prima di lui, morirà trentuno minuti prima, e in quel breve tempo sarà lui l’originale. L’unico. Antonio però lo pugnala subito dicendogli: “Le auguro di vivere bene quei trentuno minuti di identità personale, assoluta ed esclusiva, perché d’ora in poi non ne avrà altri“. Sta parlando anche di se stesso, ovviamente. L’identità di entrambi è ormai compromessa, per sempre.

Il tema del doppio, qui, si congiunge al tema del “superfluo”. Antonio, che si è portato una pistola, poi rivelatasi scarica, gli dice: “Uno di noi è di troppo”. Anche Golyadkin finirà con il sentirsi una copia superflua di se stesso, ma non solo: più avanti nella storia Petruška, il suo stesso servo, gli dirà: “Le brave persone non sono mai doppie”. Il non potersi distinguere dagli altri (o da un altro) è sorgente di colpa.

E come reagiscono gli altri personaggi, di fronte a questa faccenda così innaturale?

In Dostoevskij nessun collega di Golyadkin sembra avvedersi dell’incredibile somiglianza con il nuovo arrivato – eppure a lui, dice l’Autore, pare tutto “chiaro come in uno specchio” – e, quando tale somiglianza viene fatta notare, gli altri la liquidano come niente di che. Il servo di Golyadkin, Petruška, ad esempio, fa entrare il sosia in casa come fosse il padrone.

Ne “L’uomo duplicato”, invece, Tertuliano e Antonio concordano sul fatto che la loro uguaglianza è un qualcosa di inconfessabile, un segreto da sotterrare. Anche soltanto il pericolo di essere visti insieme rappresenterebbe una fonte di umiliazione insopportabile: che poi sarebbe la vergogna di non essere più unici. Ed è ironico il fatto che Antonio sia un attore, cioè una persona che, di mestiere, è sempre “qualcun altro”. Pur sapendo ciò, la moglie, quando viene a conoscenza dell’assurda faccenda, ne resta sconvolta.

Sosia o duplicati?

La premessa dei due romanzi è identica: il protagonista, che all’inizio della storia somiglia più a un’ombra che a un uomo, si imbatte in un altro uomo, che però “altro” non è, dato che nell’aspetto è esattamente identico a lui, al punto da sembrarne il riflesso all’interno di uno specchio. Ma visti dall’esterno, sono davvero “uguali”?

Gli Autori hanno scelto come protagonisti Golyadkin e Tertuliano, ma i veri protagonisti sembrano essere il sosia e il duplicato: il “secondo Golyadkin” è un uomo spigliato e brillante; Antonio è l’“originale”, perché è nato trentuno minuti prima; entrambi influenzano il mondo esterno in modo proattivo, agiscono, invece di rimanere spettatori passivi della propria vita. E, da ultimo, hanno anche maggiore successo nella vita: Antonio guida un’automobile migliore di quella di Tertuliano; e il “secondo Golyadkin” raggiunge un grado di carriera a cui il “primo” non era mai riuscito ad arrivare.

I protagonisti dei romanzi, quindi, quando sono a tu per tu con l’”altro”, sono convinti di affacciarsi su uno specchio, ma in realtà sono loro il riflesso – imperfetto, secondo e tragico.

Somiglianza e alienazione:

I finali di entrambi i romanzi, senza rivelarli per intero, virano nella stessa logica conseguenza del confronto con un doppio di se stessi: l’alienazione. E non è un tema nuovo. Il primo a parlarne è stato Plauto, nell’“Anfitrione”. Lo schiavo di Anfitrione, chiamato Sosia, torna a casa del padrone ma si trova davanti se stesso. In realtà è il dio Mercurio che ha preso le sue sembianze, gli dice di essere lui Sosia e, dopo averlo anche picchiato, riesce addirittura a convincere il povero Sosia di non essere se stesso.

Fallimenti:

Per concludere, è interessante notare come entrambi i romanzi siano stati considerati dei fallimenti, per un motivo o per un altro.

A Saramago la critica ha rimproverato, oltre ai lunghissimi periodi, zeppi di digressioni che rallentano lo svolgimento dell’azione, anche il fatto di non aver approfondito tutti gli snodi narrativi che promette una tale premessa narrativa: non viene esplorata a fondo la differenza tra le personalità dei due protagonisti (come invece aveva fatto Dostoevskij) e il ruolo delle donne incluse nella storia (la moglie di Antonio; o la madre e la fidanzata di Tertuliano) è marginale e passivo.

Dall’altro lato, il peggior critico di Dostoevskij è stato lui stesso. L’Autore russo, infatti, parlando de “Il sosia” ha scritto: l’idea del romanzo “era molto lucida, e non ho mai espresso niente di più serio nei miei scritti. Eppure, per quanto concerne la forma, ho fallito completamente”.

Un suo famoso concittadino, Nabokov, ha espresso l’insolita opinione che Dostoevskij fosse uno scrittore “piuttosto mediocre”, ma definiva “Il sosia” una delle cose migliori che avesse mai scritto, “un’opera d’arte perfetta”. Nabokov, per altro, affrontando a sua volta il tema dell’identità, scriverà: “Si sa che non esisto: esistono solo i mille specchi che mi riflettono”.