

“Nella tarda mattinata del 17 luglio 1988, mia madre mi ha detto che aveva bisogno di andare in centro a comprare della marijuana. Si sedette davanti allo specchio con una sciarpa nera avvolta intorno alla testa. Si fissò allo specchio ed ebbe molta cura nell’assicurarsi che la sciarpa fosse avvolta bene. Mentre scendeva la collina sulla sua bici, mi disse «Tornerò presto». Ci ha lasciato nel primo pomeriggio, il giorno più caldo di quell’anno.”
Con queste parole Ari, figlio di Alain Delon, mai riconosciuto, e Christa Paffgen, in arte Nico, ricorda la morte della madre, una donna nata il 16 ottobre 1938 a Colonia nella Germania nazista che non ha fatto in tempo a soffiare sulla sua cinquantesima candelina, ammesso che avesse voluto farlo, e che ha trovato il suo nome d’arte a Ibiza perché così l’aveva ribattezzata il fotografo Herbert Tobias, per poter pronunciare ancora, disperatamente, il nome di un amore finito[1].
Preambolo: per scrivere di musica bisogna averne le competenze o la passione o, come mi accade da sempre, e so di non essere l’unica, bisogna sentire un ritornello o una frase di una canzone ogni qualvolta che si è in qualcosa. Un play premuto all’improvviso sprigiona le note che fanno il loro giro nella pancia e partono archi, trombe, chitarre elettriche o, semplicemente, una voce. La tua.
Credo che ognuno di noi abbia la colonna sonora della propria esistenza, un motivo che cambia – certo – ma che abbiamo canticchiato mille volte, mesti a denti stretti oppure fieri a squarciagola. Fatto sta che le canzoni, o quello che ci leggiamo dentro, ce le portiamo al letto alla sera quando cerchiamo il silenzio o al mattino quando ci svegliamo.
Così un motivo ci gira in testa e chissà da dove l’abbiamo pescato o sentiamo un pezzo, o inseguiamo lo stralcio di una frase che ci emoziona e scopriamo che ci commuove, ci dispera forse perché ci ri-troviamo in ogni singola parola dicendoci: «Ecco ci sono! Si parla proprio di me!».
Questa è la bellezza della musica, anzi la sua magia irripetibile, proprio quando scopri che magari dall’altra parte del mondo qualcuno ha accordato la propria chitarra sulla tua storia, con una sigaretta tenuta storta e la cenere caduta sul pavimento di un camper, con quel modo di sentire che pensavi fosse unico e arrogantemente tuo e invece no, ti appartiene, ma non è unico e quindi ti spaventa.
Prima di scrivere questo articolo mi è venuto in mente di andare a ripescare un libro letto molti anni fa e questa era la frase che cercavo “per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi – possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi”.
Il libro è L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di O. Sacks che in questo contesto, apparentemente, potrebbe anche solo voler affabulare il lettore o far suonare una nota di aulicismo in un testo che dovrebbe non averne. Ma credo che il costruire trame e creare mondi sia necessario, se non vitale, per chi scrive e per chi legge; dunque, mi sono chiesta cosa volesse dire il ripetere noi stessi e sono andata alle origini della parola chiave, che a mio avviso apre e chiude la storia di Nico: specchio.
L’etimologia della parola specchio viene dal latino speculum, derivazione di specere “guardare”.
È lo specchio che ci rimanda noi stessi, che ci ripete e ci riattraversa. Senza sconti né incertezze.
Il significato dello specchio, la trama e il mondo intorno a esso, ha attraversato i versi biblici e la mitologia classica; ma onestamente la prima cosa, futile e non affabulante, che mi viene in mente così senza star tanto a rifletterci, è il ritornello che ha accompagnato l’infanzia di ogni bambina: «Specchio specchio delle mie brame: chi è la più bella del reame?»[2].
Ora, lo specchio non mente mai, eppure un giorno dirà alla Regina cattiva che non è più lei la più bella del reame, ma la povera Biancaneve. Ecco che a gettare troppo oltre lo sguardo molti ponti crollano e rimescolano le poche certezze che abbiamo, perché sappiamo che il legno scricchiolante sotto i nostri piedi sta cedendo e allora non resta che chiederci: ci siamo davvero riflessi in quello specchio? O non è forse lo sguardo dell’altro, sì proprio quello, che ci restituisce, finalmente, chi siamo?
Questa è, in parte, la storia dei Velvet Underground, ma soprattutto è la storia di Nico che con un turbante nero, poco prima di morire, si guarda allo specchio: fissa i suoi occhi, quelli di chi è stato troppo al mondo e ha fretta di andarsene. Chissà poi cos’altro avrà visto, chissà se sapeva.
Nico e il suo di specchio abitano in I’ll Be Your Mirror, una canzone di cui hai quasi paura a innamorarti perché vorresti che diventasse spietatamente tua.
Attorno alla figura di Nico, capelli lunghi e biondi indossati su un viso dai lineamenti perfetti, si era creato un mito che sembrava non doversi esaurire mai, per continuare a incarnare l’archetipo di una razza ariana e prepotente, figlia del suo tempo e progenitrice della sua arte: il gothic rock.
Al genere gothic, o più in generale al dark, per citarne alcuni, dedicheranno il loro grido esistenzialista i Bauhaus, i Siouxie and the Banshees e Robert Smith dei The Cure nell’album nichilista Pornography (1982), che caduto in piena favola dark, dichiarerà: «Cantavamo: non importa se moriamo tutti. Ed era esattamente quello che pensavamo a quel tempo».
Poi nel gruppo discuteranno anche sul titolo dell’album e su cosa sia la pornografia, ma questa è un’altra storia.
Nico a quattordici anni smette di studiare e intraprende la carriera da modella. Viaggia tra Berlino, Parigi e l’Italia dove reciterà in alcuni film. Il più importante di questo periodo, ottenuto casualmente perché era soltanto un’invitata sul set, sarà La dolce vita di Federico Fellini. Sono gli anni Sessanta quando si trasferisce a New York per frequentare una scuola di recitazione e diventare un’attrice. La sua bellezza esotica viene ben presto catturata dalla grande mela.
Tramite Bob Dylan, Nico conosce l’artista Andy Warhol che a proposito della sua voce dirà: «Aveva una voce stranissima, come il vento in un tubo di scolo, come un computer IBM con l’accento della Garbo». In quegli anni la Factory di Warhol era una sorta di cenacolo in cui si esibivano modelle e artisti e Nico, quella specie di dea silenziosa, appare a Warhol come il diamante perfetto da incastonare in un gruppo di tossici e sbandati come lo erano i Velvet Underground.
Allora diciamo subito che i V.U. non la amavano. La loro cantante solista, l’attrice, l’amica di Warhol aveva, secondo il chitarrista del gruppo, Sterling Morrison, due voci: una teutonica, fredda, poco adatta ai loro testi e l’altra flebile che invece poteva andare.
Al di là della backstories di quattro uomini che fecero disperare Nico e che stavano per mollare tutto, l’album The Velvet Underground and Nico, il primo registrato in studio, uscirà nel 1967 per l’etichetta Verve Record.
Potremmo raccontare del fatto che fu una pietra miliare nella storia della musica, che Andy Warhol ne disegnò la copertina con la banana e che nella versione originale prevedeva un adesivo con la scritta “sbucciare lentamente e vedere” (chissà cosa ne avrebbe pensato Robert Smith di quel simbolo così esplicitamente e pornograficamente fallico), che la rivista Rolling Stones gli assegnò il decimo posto nella lista delle cento migliori copertine della storia e che fu uno degli album più acclamati dalla critica contemporanea e non.
Tutto vero, ma Nico rimarrebbe dietro il sipario, anzi dietro lo specchio.
Del cosiddetto “Banana album” Nico è presente solo in tre brani e lo stesso Lou Reed, con cui sì avevano avuto una storia e con cui, vero, avevano condiviso un appartamento nell’Upper West Side, si ribella, insieme agli altri componenti della band, al fatto che Nico potesse interpretare testi come Sunday Morning e I‘m Waiting for the Man; anzi, fa di più: in Sunday Morning cambia il proprio tono di voce rendendolo più femmineo pur di non farsi oscurare da Nico.
Eppure Reed scrive per lei, per quell’ossimoro esistente di bellezza e buio che era Nico, tre delle canzoni migliori dell’album, le uniche in cui alla bionda chanteuse sarà concesso di far esplodere la propria voce: Femme Fatale, All Tomorrow’s Parties e I’ll Be Your Mirror.
Mi piace immaginare che i pezzi scelti per lei non fossero casuali, che disegnino, cioè, un arco esistenziale di questa figura esteriormente splendida ma, in profondità, misteriosa e irraggiungibile.
Già dai primi versi di Femme Fatale: “Eccola che arriva, attento a come ti muovi, ti spezzerà il cuore” Lou Reed sembra scrivere per Nico il suo programma d’intenti e lei, altera, sta al gioco. In questi pochi anni è già stata con Brian Jones, con Jimmy Page, con Bob Dylan e ora pare che sia Cale che lo stesso Reed ne siano completamente ammaliati. “Sei segnato nella sua agenda, sei il numero 37 dai un’occhiata, sorriderà solo per farti corrucciare, che pagliaccio”. Fate attenzione a quel “What a clown”, a quel tono distaccato e quasi derisorio con cui Nico sembra schernire questo manipolo di artisti dall’ego spropositato che hanno groupies in tutto il mondo pronte a inginocchiarsi ai loro piedi. Lei no.
Lei li frequenta guardandoli dall’alto verso il basso, senza mai impegnarsi sul serio, forse perché impegnata in una lotta più personale e dolorosa. In una lotta tutta sua incarnata nel brano successivo, in una Cenerentola fragile, lontana anni luce dalle bamboline bionde e perfette alla Marilyn Monroe, con la quale, tra l’altro, condividerà sempre a New York la stessa scuola di recitazione e, purtroppo, lo stesso tristissimo destino.
“E quale vestito indosserà mai la povera fanciulla, a tutte le feste di domani? Perché la ragazzina del giovedì è il clown della domenica, per il quale nessuno piangerà”. In All Tomorrow’s Parties torna la figura del clown ma, se nel pezzo precedente lei domina gli uomini, in questa ballata dark viene messa in evidenza la sua anima inquieta e tragicamente sola. Tutti ammirano la straordinaria bellezza della Cenerentola del giovedì, senza chiedersi dove viva e cosa pensi mai durante il resto dei giorni della settimana.
Il trittico di Nico con i V.U. si chiude con I’ll Be Your Mirror, che è il brano forse più significativo dell’intero disco, ripreso negli anni da innumerevoli artisti. Un brano che è stato a un passo dall’essere scartato. Gli altri membri della band volevano che lei rinunciasse a quel tono freddo, quasi monocorde dei due brani precedenti e si lasciasse andare a un’intonazione più dolce, melodica, quasi sussurrata. Le cronache raccontano che dopo innumerevoli tentativi e registrazioni scartate quella giovane donna, apparentemente di ghiaccio, crollò e pianse.
“Trovo difficile credere che tu non sia consapevole della tua bellezza, ma se non lo sei lascia che io sia i tuoi occhi, una mano nel tuo buio, così che tu non abbia paura… per piacere abbassa le mani, perché io ti vedo”. È una canzone d’amore, pur non citando mai la parola love. È una canzone sull’amore incondizionato e sulla bellezza che ognuno possiede: la possiedono anche il paranoico di Sunday Morning – che apre l’album – o i tossici di I’m Waiting for the Man e Heroin o gli amanti sadomaso di Venus in Furs.
È durante il periodo con i Velvet Underground che Nico tra un concerto – anni dopo nelle diverse interviste lamenterà sempre di essere stata lì sul palco solo a battere ritmicamente il tamburello – e l’ennesima festa organizzata dalla Factory di Warhol, incontrerà Jim Morrison. Lei definirà il leader dei Doors il suo “fratello spirituale” e scapperà con lui in California. Con Morrison, racconta, passarono un mese di amore folle e poetico – difficile immaginarne uno diverso fatto di cene borghesi con amici e domeniche all’Ikea, se di mezzo c’è il buon “Re Lucertola” -, tra Los Angeles e il deserto, inondati di alcol e LSD. Proprio durante una di queste notti nel deserto, fu Morrison a spingerla affinché iniziasse a scrivere le sue poesie e i suoi brani cogliendo probabilmente la vera natura di quest’anima così fragile e profonda. Una poetessa prestata alla musica. Musica che ridusse praticamente al suono claustrofobico e lirico dell’armonium regalatole da John Cale che la accompagnerà in svariati concerti e la aiuterà negli arrangiamenti dei suoi album da solista. Sono album difficili che, infatti, pur regalandole un posto di assoluto rilievo nella scena gothic rock e dark, non trovarono mai il proprio successo commerciale. Probabilmente a Nico neanche importava. Negli anni Settanta inizierà la sua infausta storia con l’eroina che l’accompagnerà per oltre quindici anni.
Gli anni Sessanta erano finiti, la generazione dei figli dei fiori lasciava il posto alla violenza e al grigiore di un decennio che musicalmente sfocerà nel No Future nichilista del punk. Nico si esibirà in squallidi locali aggirandosi per l’Europa accompagnata da turnisti poco professionali e divorata dal senso di colpa dovuto all’aver abbandonato il figlio. Non vorrei però soffermarmi troppo su facili speculazioni degne del peggior giornalismo e consiglierei invece la visione del film Nico, 1988 della regista italiana Susanna Nicchiarelli.
“Smetti di conoscere o di parlare o di vedere o di essere te stessa” canta Nico nel brano Afraid contenuto in Desertshore del 1970, un testamento, ossia una visione lucida, cruda e diretta della sua storia. È accompagnata solo dal pianoforte del fedele amico John Cale. Ripercorre la sua storia come fosse di fronte a uno specchio, ripetendo due volte ogni verso, come a riflettersi, a vedersi per la prima volta: “Fai tua la volontà di qualcun altro”. La volontà di Warhol, di Reed, di tutti quegli uomini che l’hanno esibita come premio a qualche festa macabra.
Poi si lascia andare in una sorta di ritornello così semplice, eppure così struggente: “You are beautiful and you are alone / Sei bellissima e sei sola”. Considerando la triste fine accorsa a neanche cinquant’anni, potrebbe essere la chiusa perfetta, ma Afraid ha un secondo verso altrettanto, se non maggiormente, potente e meraviglioso. Anche in questo ogni frase è ripetuta due volte, quasi a convincersi, a darsi forza. Non è più solo la modella bionda, perfetta.
Ha trovato finalmente le “sue” parole, ha toccato la “sua” grazia: “Offendi la superficialità adolescenziale, premia la tua grazia. Confondi le tue voglie, blocca ciò che è falso. Metti al bando ciò che è anonimo e prenditi cura della tua grazia”.
[1] La cosa incredibile è che anni dopo, a New York, Nico conosce Nico Papatakis (il regista da cui lei ha avuto il nome) e avranno una storia d’amore.
[2] Qui il trauma: https://www.deejay.it/articoli/specchio-mie-brame-citazioni-sbagliate-film/