

Billy Wilder, Orson Welles, Sophie Hyde e John Frankenheimer: quattro registi molto diversi accomunati dal ruolo che affidano agli specchi che mettono in scena. Quando i loro personaggi si specchiano, l’immagine riflessa è il ponte che consente allo spettatore di entrare nel mondo interiore che li caratterizza. Negli specchi si manifestano identità frammentate, identità smascherate, identità ricostruite e identità ritrovate.
L’APPARTAMENTO (THE APARTMENT)
A seguito di film del calibro di “Viale del tramonto” (1950), “Sabrina” (1954), “Testimone d’accusa” (1957), “Stalag 17 – L’inferno dei vivi” (1953) e “La fiamma del peccato” (1944) – solo per citarne alcuni – e dopo soltanto un anno dall’uscita di “A qualcuno piace caldo” (1959), una delle commedie più brillanti che abbiano mai calcato il grande schermo, Billy Wilder dirige il diamante della sua filmografia: “L’Appartamento”, una dramedy romantica e a tinte natalizie. Jack Lemmon e Shirley MacLaine sono C.C. Baxter e Fran Kubelik, rispettivamente il contabile e l’ascensorista di un’azienda di assicurazioni. La vita di lei procede tra i piani alti e bassi dell’enorme palazzo in cui lavora, in apparenza senza alcuna turbolenza. Quella di C.C. Baxter, invece, è molto più movimentata: per via di un passaparola su cui ha perso il controllo, cede regolarmente il suo appartamento ai numerosi direttori dei vari uffici, che lo usano per trascorrere qualche ora con le rispettive amanti. Fran Kubelik e C.C. Baxter sono gentili e romantici, caratterizzati da una bontà innata e vittime di uomini potenti che ne approfittano quotidianamente. In una scena cruciale del film, C.C. Baxter prende in prestito lo specchietto di Fran per guardarsi mentre indossa un buffo cappello a cilindro. Aprendo la custodia lo scopre rotto, e la macchina da presa inquadra il suo riflesso spaccato. «È spezzato», gli dice lui. «Sì, lo so, mi piace così: mi ci vedo come mi sento», risponde lei. Da un lato, C.C. Baxter è nel pieno di una crisi di identità, e – proprio come il suo riflesso – si sente diviso in due. Deve scegliere se restare ancorato a se stesso e ai propri valori, o se accettare i ricatti e cedere alla tentazione di una carriera sempre in crescita. Dall’altro, Fran Kubelik è innamorata di un uomo sposato e bugiardo, e si ritrova intrappolata in una relazione che la fa sentire rotta e che la spingerà all’estremo. I due protagonisti de “L’Appartamento” sono personaggi traballanti e frammentati che, da un certo momento in poi, tenteranno di salvarsi a vicenda. Sarà durante una partita a carte nella notte di Capodanno che Fran Kubelik e C.C. Baxter torneranno a mettere insieme i pezzi.
LA SIGNORA DI SHANGAI (THE LADY FROM SHANGAI)
Nel 1947 Orson Welles scrive, dirige e interpreta il suo quarto film, “La signora di Shangai”, dando prova ancora una volta di un talento brillante in ogni aspetto della sfera cinematografica. “La signora di Shangai”, un noir che mescola perfettamente tensione e romanticismo, ruota attorno alla figura enigmatica di Elsa Bannister. È Rita Hayworth a dare il volto al personaggio: se in “Gilda” (1946), gettando i capelli all’indietro in uno dei più iconici hair flip della storia del cinema, l’attrice mostrava una chioma scura e voluminosa, ne “La signora di Shangai” – per volontà dello stesso Welles – appare per la prima volta sullo schermo con capelli corti e biondo platino, che accentuano ancora di più il lato glaciale della femme fatale che interpreta. L’identità di Elsa Bannister è un mistero che viene svelato soltanto alla fine della pellicola, quando i personaggi centrali della vicenda si ritrovano faccia a faccia in una vera e propria “casa degli specchi”. Per il suo finale, Welles costruisce un’ambientazione spaventosa e surreale, fatta di giochi d’illusione e riflessi molteplici e sovrapposti, che accrescono la suspence nella fase del confronto. In seguito ad alcuni spari, lo specchio si rompe, la maschera crolla, e la protagonista confessa. Elsa Bannister rivela allo spettatore bugie dette ed errori commessi, mostrandosi per la prima volta per la manipolatrice che è. Nel film, quindi, gli specchi l’avvolgono in un momento centrale dell’arco del suo personaggio: lo svelamento d’identità, fino a quel momento storpiata e nascosta.
OPERAZIONE DIABOLICA (SECONDS)
Rock Hudson, che aveva abituato il pubblico a commedie romantiche e drammi sentimentali, rompe gli schemi nel 1966 recitando in “Operazione Diabolica” – il film diretto da John Frankenheimer – e cimentandosi nel ruolo più intenso e disturbante della sua carriera. Al centro della storia c’è Arthur Hamilton, un banchiere stanco del suo lavoro, estraneo a moglie e figlia, e privo di qualsiasi stimolo o motivazione. Spinto da un amico che credeva morto, Arthur finisce catapultato in un istituto che offre a chi lo chiede una seconda possibilità alla vita. Attraverso un intervento chirurgico, talmente invasivo da prevedere persino la mutazione di impronte digitali e corde vocali, Arthur Hamilton diventa Tony Wilson. Guarite le ferite e terminata la riabilitazione, è uno specchio che introduce lo spettatore alla nuova identità del paziente: l’uomo ha ancora gli occhi chiusi quando la macchina da presa inquadra il suo riflesso. In questo caso, lo specchio funge da vero e proprio spartiacque: Arthur Hamilton è morto e con lui la sua vecchia esistenza; l’immagine riflessa, invece, mostra un’identità nuova e pronta per essere plasmata. Tony Wilson, infatti, è un reborn, un ri-nato, che comincia da zero al gioco della vita. Questo processo scinde interiormente il protagonista, che deve adattarsi alla nuova quotidianità senza soccombere alla forza che lo trascina verso la realtà di un tempo. A rendere più interessante il tutto c’è la scelta di Rock Hudson per interpretare Tony Wilson. Nato Roy Harold Scherer, Jr., “Rock Hudson” è il nome d’arte che gli viene assegnato per modulare la sua identità sulla base dei canoni hollywoodiani dell’epoca. A telecamere spente, però, Rock Hudson – costretto anche a sposarsi per mettere a tacere qualsiasi speculazione – nasconde per anni la propria omosessualità, conformandosi agli standard di un’industria eteronormativa e spietata. Nel 1985, senza che gli fosse mai concesso di vivere apertamente la sua identità e le proprie relazioni, Rock Hudson muore di AIDS. In “Operazione Diabolica”, dunque, realtà e finzione trovano un punto d’incontro, amplificando la tragicità della vicenda raccontata sul grande schermo.
IL PIACERE È TUTTO MIO (GOOD LUCK TO YOU, LEO GRANDE)
Con il titolo di “Il piacere è tutto mio”, “Good Luck to you, Leo Grande” esce in Italia nell’estate del 2022, ottenendo una breve finestra di distribuzione. Diretto da Sophie Hyde e interpretato da Daryl McCormack e da una sempre strepitosa Emma Thompson, “Il piacere è tutto mio” fa di Nancy, una donna vedova e di oltre sessant’anni, il fulcro della vicenda. La protagonista – dopo la morte del marito e forse per la prima volta nella sua vita – decide di esplorare la sua sessualità. Per far ciò, prenota alcuni incontri con Leo Grande, un giovane gigolò che inizia a frequentare regolarmente in una stanza d’albergo. Il film narra la sua protagonista attraverso la cosiddetta female gaze, uno sguardo femminile che osserva e racconta relazioni, vecchiaia, corpi, piacere, desiderio e sessualità, mostrandone sfaccettature e complessità. Ed è proprio nella stessa, bianchissima, stanza d’albergo che la regista ambienta la maggior parte delle scene che gira. Tra quelle mura, libera da qualsiasi forma di vergogna o giudizio, Nancy comincia un viaggio alla scoperta di sé; un viaggio che la porterà a confrontarsi con una parte della sua identità – fino a quel momento ignorata e repressa – e a conoscere il proprio corpo, accettandone bellezza e imperfezioni. È l’immagine di Nancy, completamente nuda davanti allo specchio, il momento più emblematico e commovente del film. Guardando il proprio riflesso, la donna non ripudia ciò che vede ma lo accetta. Lo specchio, fatto per accentuare ciò che odiamo e che vorremmo cancellare, diventa nel film uno strumento per accogliersi e piacersi. È un momento catartico, non solo per il personaggio della storia ma anche per chi guarda. La spettatrice, in qualche modo, si specchia insieme a Nancy, riconoscendo il proprio sguardo in quello della protagonista e concedendosi la possibilità di credere che un giorno, forse, saprà volersi bene anche lei.