Prometeo compie una delle prime rapine tramandateci dal mito: va a rubare il fuoco agli dèi per darlo agli uomini.
Su questa storia sono sorte numerose interpretazioni, spesso concentrate sull’aspetto simbolico del fuoco, il quale rappresenterebbe la fiamma che illumina il buio dell’ignoranza (cioè la conoscenza) o della ferinità (ovvero sia, la ragione).
Ogni storia, però, contiene alla propria base un seme di verità. Quindi è possibile che il fuoco sia effettivamente… il fuoco, e non soltanto un simbolo.

Ma perché gli dèi erano “gelosi” del fuoco?
Zeus aveva appena vinto una lunga e sanguinosa lotta contro i titani e si era incoronato re degli dèi. Ciononostante, rimaneva un tiranno insicuro.
Lo preoccupava il fatto che Prometeo, utilizzando la creta, avesse modellato gli uomini a somiglianza degli dèi (esistevano gli uomini e basta; le donne saranno create in un secondo momento). Queste nuove creature erano state dotate di intelligenza, per affrontare i problemi del presente, e di memoria, per imparare dal passato. Per altro, erano immuni dalle gravi malattie ed esenti dalle dure fatiche. Invecchiavano lentamente e, quando morivano, non soffrivano.
Pur essendo nati dall’umile commistione di acqua e terra, agli occhi di Zeus gli uomini stavano diventando troppo potenti. E quindi, pericolosi. Il re degli dèi, allora, decise di nascondere loro il fuoco.

Gli esseri umani PRIMA del fuoco
Se guardiamo alla Storia dell’umanità, c’è stato davvero un momento in cui i nostri antenati erano sprovvisti di fuoco. Lo conoscevano, certo. Lo vedevano nascere dai fulmini che si abbattevano sugli alberi o incendiavano l’erba secca. O dall’autocombustione delle piante sotto il caldo rovente. Qualcuno avrà addirittura assistito all’eruzione di un vulcano, probabilmente senza sopravvivervi. Ma c’è una grande differenza tra conoscere il fuoco e controllarlo.

Oggi fatichiamo a capirlo, perché è un elemento su cui esercitiamo un certo grado di dominio, seppur non assoluto. Non era altrettanto semplice per l’Homo erectus, più di un milione di anni fa: senza il controllo del fuoco, viveva in un costante stato di pericolo. Doveva sopportare inverni freddissimi. Trascorreva quasi la metà della vita in un buio così denso da non riuscire neanche a vedersi le mani.
Alle prime luci dell’alba i nostri antenati andavano a caccia, ma appena il sole cominciava a calare tornavano di corsa in direzione della tribù. Nel buio si nascondevano infiniti pericoli.
Quando la giornata era andata bene, riportavano una preda (principalmente grossi mammiferi erbivori: elefanti, rinoceronti, ippopotami, bovini e cinghiali), si rintanavano nelle caverne e la mangiavano.
Durante i pasti è improbabile che si parlasse molto. E non soltanto perché esistevano forme appena primitive di comunicazione – versi e gesti, probabilmente –, ma soprattutto perché mangiare era un processo lungo e faticoso. Senza fuoco, il cibo poteva essere solo crudo, d’altronde. E con la carne cruda, ad esempio, tra il dispendio di energia per masticarla e quello per digerirla, l’apporto calorico finale era molto vicino allo zero. C’erano alternative alla carne, ad esempio tuberi crudi e frutta ricca di fibre, ma non erano sempre disponibili né facili da procacciare per tutti. I nostri antenati, quindi, col muso grondante di sangue e le mascelle doloranti, dovevano spendere fino a un terzo della giornata a masticare carne cruda.
Finito di mangiare non restava che prendere sonno, al freddo, e sperare che la carne avanzata (qualora ce ne fosse) non attirasse i predatori.

Il fuoco: non solo valore simbolico
Tornando al mito di Prometeo, Esiodo ci dipinge un quadro molto più succinto e tragico: una volta privati del fuoco, gli uomini muoiono. Il loro creatore, a vederli vittime di tali stenti, decide di sfidare il volere di Zeus e andare a rubargli il fuoco, per restituirlo agli uomini.
È un’impresa rischiosa, che richiede una grossa dose di follia. O di amore. Impresa che costerà amarissime conseguenze, a Prometeo. E anche agli uomini, se è per questo: Zeus, infatti, per vendicarsi, li condannerà a diventare mortali.
Se il fuoco avesse avuto un puro valore astratto – incorporeo –, il furto attuato dal titano sembrerebbe avventato. Soprattutto perché, come è stato detto, aveva già dotato gli uomini di intelligenza e memoria.
Per altro, la punizione per questo furto è più che crudele: Zeus condanna Prometeo ad essere incatenato a una roccia e dispone che un’aquila gli mangi il fegato, il quale ogni giorno gli ricresce e ogni giorno gli viene di nuovo sbranato dall’uccello.

Gli esseri umani DOPO il fuoco
La conquista del controllo del fuoco da parte dell’Homo erectus fu quasi sicuramente casuale. Possiamo speculare che, di fronte a un albero in fiamme, il ramo che, consumatosi, cadeva e continuava a bruciare abbia fatto capire all’uomo che il fuoco poteva “spezzarsi” e sopravvivere duplicato, diversamente da lui e da tutti gli altri esseri viventi che conosceva.
I primi contatti con il fuoco non possono essere stati indolori. Non lo sono neanche oggi. I nostri antenati apprendevano giorno per giorno la duplicità di quel misterioso elemento che può, al contempo, scaldare e soffocare, cucinare e bruciare, illuminare e consumare.
Ma di certo è grazie a esso che l’umanità ha avviato la transizione dal mero sopravvivere al prosperare. Il fuoco è fonte di benessere, civiltà, protezione. Il primo passo verso il dominio sulla natura, verso l’innovazione tecnologica e, in ultimo stadio, la civiltà.
Con un po’ di dimestichezza poteva essere usato per la creazione di strumenti e primitive armi, da usare come deterrente contro i predatori. Era una preziosa fonte di calore durante i climi rigidi e, per la prima volta nella storia, rendeva possibile anche la migrazione verso regioni più fredde, favorendo l’espansione dell’Homo erectus in Europa e in Asia.
La luce emessa del fuoco, di fatto, ruba tempo all’oscurità della notte. All’improvviso, le giornate dell’Homo erectus diventarono più lunghe.
Il fuoco, per altro, recintato in un falò, cominciava a fungere da catalizzatore sociale: l’intera tribù ci si radunava attorno.

Una svolta ulteriore arriva quando viene scoperta la cottura del cibo. Anche qui, si tratta probabilmente di casualità: forse viene rinvenuto del cibo già bruciato dopo l’estinzione di un incendio naturale. Oppure un pezzo di carne cade vicino al falò attorno a cui la tribù mangia e viene salvato prima che si carbonizzi. La carne ha cambiato colore.
Ma non solo: il fuoco pre-digerisce il cibo, già al di fuori del corpo umano. Diventa più tenero, più facile da masticare, si trasforma subito in poltiglia nella bocca. Ora l’Homo erectus non è più costretto a mangiare (sarebbe meglio dire “a masticare”) per otto ore di fila. Per ultimo, dato che viene depurato da molti batteri, il cibo cotto si conserva meglio.

Il fuoco e il tempo libero
Zeus e Prometeo combattono su un campo concreto. Quando il re degli dèi nasconde il fuoco agli uomini e li rende mortali, sta riducendo drasticamente il tempo che hanno a disposizione. Prometeo rischia il tutto per tutto proprio per recuperare alle sue creature una porzione di questa risorsa preziosissima e infungibile.
Ed è vero anche storicamente: la domesticazione del fuoco, di fatto, ha liberato tempo all’Homo erectus. Ha allungato la sua giornata. Ha concesso nuovi spazi per attività più nobili e complesse rispetto a quelle canoniche, quali: pensare al cibo, cercare il cibo, masticare il cibo e inghiottire il cibo.
Da allora, la specie ha conosciuto il tempo libero.

Ed è facile immaginare che, alla sera, dopo aver mangiato – ma prima di esser vinto dal sonno –, un cacciatore abbia sentito il bisogno di raccontare al resto della tribù le peripezie affrontate insieme ai suoi compagni per procurare la cena di tutti. Come erano riusciti a sfuggire a dozzine di animali feroci, a ucciderne uno, tornando infine sani e salvi.
La sera successiva, magari, dovrà render conto di come mai la preda gli sia sfuggita e, di conseguenza, tutti siano costretti a fare digiuno.
In serate più tristi racconterà di qualche compagno morto durante una battuta di caccia. Del fatto che, magari, si era allontanato troppo, da solo, ed è finito vittima di un’imboscata di bestie feroci. Spiegherà che a volte sono loro a cacciare l’uomo, non il contrario.
La sua storia scioccherà tutti, specialmente i parenti della vittima. Ma anche i più giovani, che sognano di diventare, un giorno, valorosi cacciatori. Non c’è soltanto in palio l’onore, il rispetto e la prelazione sul cibo: si rischia la morte, là fuori, per guadagnarsi la vita, qui dentro.
Quest’ultima storia, ad esempio, contiene una semplicissima morale: l’unione fa la forza.
Insegna che bisogna restare vicini ai propri compagni e aiutarsi l’un l’altro, altrimenti si finisce sbranati. È una lezione che i giovani difficilmente dimenticheranno, perché, nelle storie ben narrate, le immagini prendono residenza all’interno delle menti dei destinatari e li accompagnano fino a quando si mettono a dormire. Accanto al fuoco che, si spera, li proteggerà e li riscalderà per tutta la notte.

Senza il dono del fuoco, il sacrificio estremo di Prometeo nei confronti delle sue amate creature, sarebbe difficile ipotizzare la nascita della letteratura. Con il passare del tempo, le storie migliori vengono selezionate e tramandate. Si evolvono allo scopo di spiegare concetti fondamentali, anche utili alla sopravvivenza.
Magari, a un certo punto, qualcuno si ferma a riflettere sull’importanza del fuoco. Ed è allora che nasce la storia di Prometeo, che ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini. E quella storia ce la raccontiamo ancora oggi.

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