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Immersione con Antonio Mastrogiorgio

Intervista a Antonio Mastrogiorgio
“Un paese è un piccolo santuario in cui ci si sente custoditi”
di Ester Tanasso

All’entrata di Pietracatella, Molise, il nome del paese è scritto due volte, come per rassicurare di una presenza e dare conferma di un’identità.
Incontro Antonio Mastrogiorgio, giovane cantore di questi luoghi, alla sua seconda raccolta di versi, dal titolo “A margine e oltre” (ed. Ricerche&redazioni), nel bar del paese, dove, su un calendario, sono appuntati i compleanni di tutti i paesani. Ed è così che scopro che, dopo il compleanno di Loredana, circonfuso di cuori, e quello del Sindaco, seguito dal punto esclamativo, in paese si festeggia la Madonna della Ricotta. Si tratta, in realtà, della Madonna di Costantinopoli, soprannominata così, mi spiega Antonio, portando fuori una coca e una lemonsoda, perché in occasione dei suoi festeggiamenti una congrega raccoglieva il latte e poi produceva la ricotta che offriva ai più bisognosi.
Ed eccoci sul belvedere di Pietracatella, a guardare un anfiteatro di colline che ingiallano sempre più al sole di giugno ed una varietà disseminata di paesi che si mostrano senza davvero rivelarsi.
Dallo scosceso sotto di noi salgono voci di bambini che giocano a pallone. Mentre noi ci sediamo al tavolino, suonano campane e anziani ci guardano interrogativi.

Antonio, il tema di questo mese della rivista Ghiaccio è “Terra”, quindi non posso non chiederti subito cos’è per te la terra?

Se la penso come appartenenza, la cosa che più potrei avvicinare a questo concetto è qualcosa di quasi religioso, sentirsi custoditi in questo posto, in qualche modo. Questo è un piccolo santuario in cui abbiamo coltivato tante aspettative, tanti affetti, tanti sogni. L’idea di abbandonarli completamente è come lasciare un posto vuoto. Poi non so se questo legame è così perché non ho mai provato a reciderlo del tutto, domani magari potrei cambiare idea. Il restare qui lo vedo più come una mancanza che un gesto di coraggio, ma il motivo è l’attaccamento a queste pietre, a questi odori che si sono mescolati a sogni, aspettative, emozioni, persone che si sono incontrate. C’è una paura di tradirli, ma non mi sento un eroe. Però si sta anche bene: non mi vedrei in una città, magari in un altro paese sì.

La tua ispirazione come nasce?

Io mi reputo un ottimo osservatore, ai limiti della curiosità fastidiosa. Mi piace osservare le persone, mi piace ascoltarle. Ho sempre scritto, fin dalla scuola, cose che non sapevo bene cosa fossero. Poi sono venute le canzoni, a vent’anni avevo una piccola band, La Suonata Balorda, anche piuttosto apprezzata. Ora ho riscoperto la forza della parola che è musica in sé stessa.
L’ispirazione mi è venuta dal voler restituire dignità a cose, luoghi, persone a cui purtroppo questa vita non l’ha riconosciuta. Le persone che sono ai margini, agli ultimi.

Emerge molto forte nella tua poesia questo essere visti: tu vedi il cane fuori dalla porta, la persona strana a cui nessuno fa caso e questa fortissima attenzione tira fuori l’anima delle cose. Crei così una poetica dei luoghi: in quello che potrebbe essere un paesino remoto si vede che c’è un mondo, ci sono delle anime, ogni cosa, ogni persona ha una sua storia. Ed è importante perché tu la vedi.

È la cosa a cui tengo e che voglio continuare a fare: raccontare il paese anche attraverso i disagi che spesso evitiamo di vedere.

In qualche momento si avverte una sorta di latente disperazione da parte delle persone che osservi. Dipende dai luoghi oppure qui è solo più evidente, passa meno inosservata?

Il disagio, la disperazione sono comuni a tutti, a prescindere dai luoghi. Ma il luogo stesso può essere un piccolo tempio dove consolarsi. Nei paesi riesci ad avere un posto per stare al sole che è tutto tuo. Un albero che ti fa sentire meno estraneo.

Cosa invece ti fa dire massì, guarda come sto bene, sono contento di stare qui?

La vita di bar, quando ero più giovane, la bevuta con gli amici, il suono delle campane di poco fa, il vociare dei bambini che escono da soli, uscire di casa, fare due passi e perderti in un boschetto, alcuni momenti dell’anno, le feste d’estate dei vari santi, i rituali di Natale, come le maitunate del 31 dicembre.

E poi ci sono gli eventi come il passaggio del giro d’Italia che descrivi come un circo di ruote che scende a mare…

Si, c’era un’enorme euforia, lo scorso anno, quando è passato: per l’entusiasmo ci siamo ubriacati tutti, anche io.

Anche le campane del paese vicino, scrivi, fanno partecipare della vita del paese dirimpettaio: scopri se è morto qualcuno, gli orari delle messe, un matrimonio.

Da casa mia, nei “giorni di cielo pulito” sento quelle di Macchia Valfortore, ma si sentono anche da Sant’Elia a Pianisi o da Monacilioni. Il paese vicino sembra un mondo parallelo, io lo vedo, ma non so realmente lì che succede. Le campane sono un buon indizio.

Sei folgorante nel descrivere l’assurdo di luoghi che sono tipici delle nostre parti come la stazione di Bonefro -Santa Croce che non sta né a Bonefro né a Santa Croce, è “demanio del vento”, dici. Come si può spiegare a chi non è mai stato qui?

Non si può. Ma chi conosce le nostre terre sa che questi luoghi esistono e li riconosce immediatamente. Sono i suoi.
Scrivi “Siamo tetti crollati, aspettando tempi migliori che non sono arrivati.” C’è un rimedio, secondo te, a questa caduta libera dei paesi?
Sono stato spesso invitato a questi raduni di restanza, in cui si esprimono studiosi e intellettuali, che hanno visioni abbastanza nette, definite, su cosa si debba fare. Io invece non lo so. Penso però che bisogna tornare a imparare come si vive nel paese: prendersi cura delle persone che ci sono, il rispetto, l’educazione, le cose che ci dicevano i nostri nonni. Piccole cose, anche banali, piccoli antidoti per stare meglio.
Ho conosciuto tanti intellettuali della restanza però in paese sono un po’ dei corpi estranei.

Tu scrivi “non dicono manco buongiorno”.

Eh …sì.

Ne “L’ufficio del Sindaco” vengono fuori le piccole beghe di paese.

Si, spesso si trova a fare da giudice: non lo invidio.

Tu lo scrivi in “A margine “e oltre: “Siamo tutti paesani e tutti stranieri, tutti fratelli e tutti nemici”.

Si questa è una cifra del paese: questo dualismo per cui sembra che siamo tutti fratelli, ma si passa facilmente da un eccesso a un altro. Da un piccolo paradiso, si può trasformare in un inferno. Il paese può diventare una trappola per i meno integrati. Molti anche per questo se ne vanno.

Che è un po’ la maledizione dei microcosmi, no? L’eccessiva prossimità, tutti vedono tutto e tutti pensano di conoscere tutti. Quando sono arrivata mi sono sentita subito notata, con una macchina sconosciuta in paese.

Noi conosciamo e riconosciamo le macchine di tutti, al punto che le macchine sembrano assumere l’espressione del guidatore. Talmente li conosciamo che sembra di vedere la faccia di chi ci sta dentro anche se non lo vedi.

In a margine e oltre prendi spunto dai Tarocchi.

Sì, i tarocchi sono una piccola passione che ho coltivato negli anni e spesso gli amici mi chiedono “fammi una stesa di carte”. È un modo per vedere le cose da prospettive diverse. Mi piaceva declinarli in chiave paesana. Negli arcani maggiori ci sono degli archetipi universali, come tali, ho pensato a come potessero essere visti nella nostra piccola dimensione: il matto che c’è in ogni paese, la papessa come le curatrici che c’erano una volta.
Il tarocco del mondo è quello che mi ha fatto dire che i paesi non esistono e che invece ogni mondo è paese.

Mi racconti le maitunate cosa sono?

Sono degli stornelli che vengono cantati la sera del 31 dicembre girando nelle case, in cui si improvvisa uno sfottò al padrone di casa. Si fanno anche maitunate di auguri e maiutunate di ringraziamento perché ti offrono da bere o da mangiare. È una tradizione secolare, molto divertente. Il nome viene, probabilmente, dall’improvvisazione perché spesso sono appunto estemporanee e quindi “mai intonate”.

Come si vive una certa notorietà in paese?

Molti fanno finta di niente “non t dann la soddisfazion” come si dice da noi. Alcuni si interessano, altri dicono “ma quess cosa s’è messo in capa”. Io cerco di non parlarne, eludo la questione, è la cosa migliore. Parlo di cose da bar.

Hai intitolato il tuo primo libro “È finita la gioventù”.

Si, temendo di averla sprecata.

Come tutti , penso io, quelli che l’hanno vissuta.