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La Casa delle foglie

Oggi la Casa delle foglie è un museo.
Istituito nel 2017 si trova in Rruga Dëshmorët e 4 Shkurtit (via Martiri del 4 settembre) a pochi metri da piazza Scanderbeg che con i suoi 40.000 mq oltre ad essere la piazza principale di Tirana è anche la più grande dei Balcani. Sul lato opposto della strada troveremo la chiesa ortodossa del Cristo Redentore e l’edificio che ospita gli uffici della Banca Nazionale.
Un’entrata stretta conduce a quello che doveva essere un tempo il check point e che adesso ospita la biglietteria del museo.
Inquadrando il QR-code si ha accesso alla voce registrata della guida.
Il nome gli è dato dall’edera rampicante che copre solo una parte della facciata in mattoni rossi e le strette balaustre con le vetrate, un tempo però ricopriva l’intero edificio conferendogli un aspetto tetro.
I lavori di costruzione della Casa delle Foglie furono terminati nel 1931 e fu edificata per volontà del Dottor Jani Basho. Inizialmente si trattava dunque di una clinica ostetrica, la più moderna nell’Albania degli anni ’30.
Già dalla prima stanza la destinazione d’uso del museo appare chiara. La guida racconta la storia dell’edificio e di come questo sia stato nel corso degli anni, durante la dittatura comunista di Henver Hoxha, la sede del più grande centro di spionaggio dell’Albania: la Sigurimi.

Un inizio è uno slancio. Cela progetti, prospettive e sogni. Un inizio è il primo tassello di una visione d’insieme che si configura come il più ampio disegno della vita.
Musine Kokalari donna, scrittrice e poetessa a trent’anni sapeva di aver già posizionato il suo tassello, il suo inizio. Quello che non sapeva è che il corso della vita avrebbe tracciato un disegno diverso da quello che aveva immaginato lei.
La prima volta che ho visto Musine è stata nella Casa delle Foglie.
In una delle stanze, quella dove talvolta si tenevano i processi, le pareti sono tappezzate da foto in bianco e nero. Tutte ritraggono uomini, intellettuali, artisti, scrittori, vittime dei processi ‘farsa’ della Segurimi. Tutte tranne una. Quella in cui, con il volto incorniciato da un pudico velo nero, appare una donna: Musine Kokalari.
Una breve ricerca mi dice che è stata una scrittrice. Aveva fatto il suo ingresso nel mondo della letteratura con un libro di poesie e un paio di raccolte di racconti folklorici. Erano bastati a consacrarla come la prima autrice albanese del ventesimo secolo.
Tra le opere però ce n’è una scritta in italiano. Ma non si tratta di una traduzione. Musine l’aveva pensata e realizzata proprio in quella lingua che non era sua ma che aveva imparato a conoscere. Un diario in cui racconta gli anni romani dal 1937 al 1941, quando aveva frequentato la Facoltà di Lettere della Sapienza.
Due anni dopo il suo arrivo nella Roma fascista il Duce invadeva e occupava la sua terra d’origine: l’Albania. Il passaggio successivo era fin troppo chiaro, avrei letto La mia vita universitaria di Musine Kokalari.
Appare riduttivo e ingrato collocare quest’opera nel genere della diaristica. La mia vita universitaria è molto di più. Musine ha un approccio etnografico. La sua curiosità tracima fino a perdersi nelle strade della capitale. Non quelle dei monumenti e dei palazzi squadrati dietro i quali è solo possibile immaginare l’arrivo di un fulmine. Lei si perde nelle arterie della quotidianità, dalle finestre dei piani bassi raccoglie dettagli e storie che vengono raccontate, canzoni e filastrocche cantate dietro i paraventi. Tutto questo la riporta alla sua Albania e alle storie che le raccontava sua nonna, storie che avrebbero ossigenato i suoi racconti.
Per Musine è una necessità quasi viscerale. Tracciare il folklore delle origini rientra nel suo intento più ampio di ridare dignità all’Albania. È la strada che la condurrà a delineare una visione democratica prematura per una nazione che avrebbe imboccato da lì a poco il tortuoso viluppo repressivo del totalitarismo del dittatore Henver Hoxha.
In una lettera ad un suo amico dichiara: voglio solo scrivere, scrivere e scrivere e non voglio sapere nulla della politica. Dopo l’esperienza italiana aveva la testa sognante di chi ama la letteratura. Suo fratello Vesim gestiva una libreria a Tirana e al suo rientro in Albania decide di andare ad aiutarlo. Non aveva fatto i conti con il fermento culturale e politico del suo paese. In breve, la libreria divenne un centro di aggregazione di intellettuali e giovani militanti che sognavano la democrazia.
Da quegli incontri nacque il Partito socialdemocratico albanese che si opponeva alla dittatura fascista ma anche a quella comunista. Lei ne faceva parte. La libreria fu vista come un covo di sabotatori e nel 1944 il fratello Vesim e l’altro fratello Mumtaz, che pure aiutava nell’attività, furono presi di notte. Il terzo fratello Hamit giaceva a letto con forti febbri e scampò l’arresto, forse perché ritennero che sarebbe morto comunque, ma sopravvisse. Vesim e Mumtaz invece furono trovati privi di vita, giustiziati a sangue freddo nello scantinato dell’Hotel Bristol insieme ad altri trentadue corpi di intellettuali e attivisti. A ucciderli non furono i tedeschi ma i partizan. L’Albania si preparava a una nuova dittatura.
Due anni dopo fu la volta di Musine che ancora chiedeva giustizia per i fratelli non sottoposti a regolare processo. Il 23 gennaio del 1946 insieme ad altri trentasei intellettuali fu condotta a giudizio militare. Il processo si tenne nel teatro nazionale costruito dagli italiani e dove forse un giorno avrebbero potuto mettere in scena le sue opere. Fu messa in scena invece la sua condanna. Da una delle logge un parente, seguiva il processo. Non un familiare qualunque, si trattava di suo cugino Henver Hoxha, il futuro dittatore albanese che in giovane età aveva chiesto senza successo la mano di Musine. Si era opposta lei, ma anche i suoi fratelli.
Nel processo si difese proclamandosi non comunista, bensì discepola del poeta Frasheri, sostenitrice del Rinascimento Albanese. Quando dal segretario del processo le fu detto che il popolo chiedeva la sua impiccagione lei candidamente rispose che un giorno l’avrebbero chiesta per lui.
Fu condannata a trent’anni di reclusione nel carcere di Burrel ma ne scontò sedici. Tra la fame, le scarse condizioni igieniche, le grida dei poliziotti, Musine non accettò mai le visite degli emissari di Hoxha che invano andarono da lei a convincerla di chiedere la grazia al dittatore.
Poi fu trasferita a nord nel campo di internamento di Rreshen nel 1961. Le fu concesso di vedere la madre una sola volta, quando questa morì non le fu consentito di essere al suo capezzale. Costantemente sorvegliata dalla polizia si occupava di lavori pesantissimi. Impastava il cemento, trasportava mattoni e faceva la spazzina, ma la condanna peggiore fu la solitudine. Nessuno poteva rivolgerle la parola. La polizia registrava ogni suo spostamento fino al minimo dettaglio.
Musine trovò comunque il suo spazio ideale, un giardino nel quale trascorreva le ore serali e forse ragionava di letteratura con sé stessa. Ma anche di politica. Riuscì di nascosto a scrivere appunti che poi confluiranno nel 1972 nel suo libro Come nasce il Partito socialdemocratico.
Nel 1981 le fu diagnosticato un tumore al seno, poi le metastasi si estesero a tutto il corpo. Due anni di sofferenza fisica che si conclusero la sera del 13 agosto del 1983. Il vicino, uno dei pochi a cui era consentito di incontrarla, volle rispettare le sue volontà e si recò presso la misera abitazione per prelevare il suo corpo e seppellirlo. Musine voleva essere seppellita con la madre.
Quando il vicino arrivò trovò la porta chiusa, il segretario del partito dopo averne accertato la morte era andato via dando un paio di mandate. Riuscirono ad entrare solo più tardi. La presero con i vestiti che indossava e il suo inseparabile scialle. Nulla però era stato predisposto per la sepoltura e i resti di Musine furono trasportati su un furgone ribaltabile. In un clima di odio per la nemica del popolo il corpo fu calato in una fossa scavata tra un mucchio di macerie nel cimitero di Rreshen.
Dieci anni dopo quando fu riesumata e proclamata martire della democrazia, la riconobbero dallo scialle e dal filo di ferro che stringeva le ossa dei polsi, ultimo oltraggio delle guardie comuniste al corpo di una donna e scrittrice che anche da morta non doveva lasciare in giro scorie di democrazia.
Nello stesso luogo, al primo piano del Museo La casa delle foglie è possibile ammirare opere d’arte di diversi artisti impegnati nella resistenza al regime totalitario di Hoxha.

Le opere d’arte di artisti travagliati dagli eventi dalla vita rappresentano spesso punti di rottura, nuovi inizi da cui poter ripartire. Da quel momento in poi è impossibile poter tornare indietro e si dà voce ad un nuovo esordio, una nuova aurora. Con questa premessa e in un’Albania tenuta sotto scacco per quasi mezzo secolo, menti brillanti hanno dato l’avvio ad un risveglio culturale scevro dalle limitazioni politiche allora vigenti.
Può un quadro essere un punto di congiunzione tra diritti fondamentali di tutti gli esseri umani e forme di individualismo? Possiamo riferirci alla pittura come mezzo di comunicazione del sentire comune, spesso soffocato dai regimi totalitari, qualunque essi siano?
Edison Gjergo nasce a Tirana nel 1939, autore del famoso dipinto “L’epica delle stelle del mattino” ed è proprio a causa di questo grido alla libertà di espressione che viene arrestato e condannato dal regime di Hoxha attraverso la delazione di sicofanti reclutati nella Casa delle Foglie.
All’interno di questo complesso nasce una rete, istituita dal regime comunista, volta allo scovare e conseguentemente punire i sovvertitori dello status quo. Interessante e buffo è conoscere i nomi in codice degli agenti in questione di cui, a tutt’oggi non si hanno le vere generalità. Il “Big Buffet”, “L’artista” o “Apple Leaf” sono alcuni soprannomi degli agenti che hanno seguito e spiato il pittore Gjergo fino a crearne un dossier per cui verrà arrestato e condannato con l’accusa di “propaganda e agitazione” nel 1973. Edison Gjergo uscirà di prigione nel 1982, morirà a cinquant’anni, nel 1987, completamente devastato.
I capi di accusa mossi al pittore poggiano su un dossier a lui dedicato, dove le considerazioni personali e politicamente orientate degli agenti segreti vengono intese come oggettive verità. Ad esempio, “Big Buffet” parla di riferimenti da parte del pittore albanese a filosofi dell’esistenzialismo francese come Sartre e Camus, per i quali “la vita dell’essere umano non vale nulla” intesa come singolo incapace di realizzarsi perché condizionato dalle circostanze in cui si trova. Ancora, il “non senso della vita” per cui, se ci fosse un unico e valido interrogativo filosofico su cui valga la pena ragionare, è quello sull’assurdità dell’esistenza umana che ha come scelta binaria l’accettazione completa o il rifiuto della stessa.
Tematiche come il suicidio o l’individualismo erano considerati in modo indiscutibile come la cartina tornasole di sovversione in un regime feroce e sanguinario come quello di Hoxha. La spia “Apple leaf” riporta la lamentela esplicita di Gjergo in relazione all’opera “L’epica delle stelle del mattino” dove, alla critica proveniente dalla Lega degli artisti dell’Albania, il pittore risponde: “Alcuni hanno reagito negativamente, poiché non conoscono abbastanza sull’esecuzione di un dipinto decorativo”. Di nuovo una forma di individualismo torna a fare capolino in un regime totalitario dove ognuno è parte di un ingranaggio perfetto se, e solo se, regolato dall’alto.
Il colpo finale verrà sciorinato dall’agente segreto collega del pittore, “L’Artista”, il quale definirà l’opera di Gjergo eccessivamente formale poiché il fuoco che scalda i partigiani nel dipinto risulta essere “irreale”. Dal momento in cui tutte le opere d’arte create sotto il regime dovevano avere una base di realismo socialista, puntare sulle origini e sulla nazionalità autoctona di un popolo legato alle tradizioni e pronto a far fronte al nemico, sempre in agguato, fa diventare necessaria la lotta alle influenze straniere nell’arte e nella cultura in generale.
Dopo tutto, secondo la testimonianza de “L’Artista” riportata sul dossier facente capo a Gjergo, l’arte dovrebbe rappresentare la politica di un paese e non essere separata dalla stessa. Ecco quindi che la prova regina creata ad hoc per Gjergo si materializza. Nella sua opera “L’epica delle stelle del mattino” vengono rintracciate influenze artistiche diverse, straniere, nemiche della tradizione e del filone del realismo socialista. Appaiono forme riscontrabili nel cubismo, dove le figure, spesso umane ma non solo, vengono rappresentate attraverso forme geometriche semplici e successivamente rielaborate in maniera astratta.
Una pittura che pecca di “formalismo”, che si riferisce sì, alle linee guida del realismo socialista, dove ci sono più figure raccolte in comunione di ricordi, dove non è menzionabile il singolo, dove ci sono elementi tipici della tradizione albanese tra cui le calzature caratteristiche del loco, dove il fiore rosso simbolo dei partigiani e della resistenza è posto quasi al centro del dipinto, dove il rapsodo rappresenta una tradizione tanto antica quanto rispettabile poiché tutti sono posti in suo ascolto.
Ma, è il come che fa la differenza. Il parere del Tribunale Distrettuale di Tirana che prende la decisione il 29/04/1975 “in nome del popolo”, dopo aver analizzato il materiale investigativo, pervenuto dalla Casa Delle Foglie, sentenzia che l’imputato Edison Gjergo ha agito in contrasto con la politica del partito realizzando dipinti dal contenuto reazionario. Troppe ambiguità nella forma, poca passione negli occhi dei partigiani, figure stilizzate al limite del cubismo. I colori: l’utilizzo della giustapposizione di colori vivaci genera un ulteriore significato simbolico dell’opera, il contrasto tra l’indaco e il rosso, tra un sentire di passione e un fluire di tristezza riporta lo spettatore ad un viaggio intimo e introspettivo, inammissibile per il regime di Hoxha. La vibrazione generata dal bianco e nero estremizza la barbaria della lotta fatta in nome della libertà che si svuota negli occhi della donna, ormai delusa, la quale osserva un fiore rosso, come il sangue versato inutilmente.
Durante il processo, l’imputato, il pittore Edison Gjergo, ammette di non amare l’arte del realismo socialista lodando pittori reazionari e modernisti come Picasso e Chagall. L’ostilità di Gjergo nei confronti della politica risulta evidente non solo attraverso le sue parole ma anche attraverso le sue opere. La risposta alla domanda è sì. Edison Gjergo attraverso le sue opere e in particolare “L’epica delle stelle del mattino” è riuscito a coniugare il diritto fondamentale all’espressione con la sua personale storia di resistenza all’oblio di un regime efferato e crudele come quello di Hoxha.