La Casa delle foglie
8 Ottobre 2024

Oblò

Una delle cose più suggestive che possa capitare nella vita è quella di nascere nel bel mezzo del deserto. Magari verso le metà anni settanta e magari in una piccola cittadina di trentamila anime isolata dal mondo. Magari ti porti sulla testa una fratta di capelli rossi e ti piace suonare la chitarra. E magari in quella comunità di teppistelli è proprio il bullismo a stimolare la creatività. Se per caso ti azzardi a suonare roba che ricorda anche lontanamente qualcosa di già sentito sono legnate sui denti. Ti chiami Josh, un nome che è tutt’uno con l’Albero di Giosuè, quello che, dalle tue parti, si trova un po’ dovunque dentro quel parco che contiene due mezzi deserti uno sull’altro. Ti piace giocare a Dungeons & Dragon ma quel non-morto di Kyuss ti spaventa e ti toglie il sonno. Come te lo toglie la voglia di trovare un’apocalisse che riuscirebbe a deviare la storia del rock, qualcosa a cui gente come Jagger e Osbourne non aveva mai pensato. Poi un incubo o forse quei secondi di oblio che seguono una boccata di erba buona ed ecco la folgorazione. Robot, cazzo! Un robot che suona la chitarra elettrica! E allora il rosso venuto dal deserto, che aveva appena quindici anni, ha preso i riff di Malcolm Young degli AC/DC e ha provato a suonarli come avrebbe fatto un automa, una nota alla volta ripetuta per il tempo di una canzone. Poi ha accordato le chitarre tre o quattro semitoni sotto, le ha attaccate a giganteschi ampli da basso e ci ha suonato sopra riff blues rock sporcati di metal con un’attitudine nuova, quella lenta e polverosa del deserto. Quello fu il momento in cui nacque il Robot rock. E con lui erano nati i Kyuss.
Sì, è proprio di questo che si sta parlando. Inizi, innovazioni, rivoluzioni, ri-canonizzazioni.

Se la gioventù di Homme a Palm Spring non è stata una passeggiata, ancor meno lo è stata quella di Miguel de Cervantes Saavreda nella Spagna di metà cinquecento. Cosa c’entra una rockstar antipatica e rissosa con uno dei più grandi romanzieri della storia dell’uomo? Niente. O forse tutto quando il minimo comune denominatore è lo stesso: inizi, innovazioni, rivoluzioni, ri-canonizzazioni.
Forse un vecchio cristiano, forse un discendente dei conversos ebrei, anche la giovinezza di Cervantes è stata parecchio turbolenta. A differenza del rosso cresciuto ai margini del Joshua Tree ha avuto come orizzonte la vastità della Spagna intera grazie alle peregrinazioni senza sosta fra Cordova, Valladolid, Siviglia al seguito di quel medicastro di padre in perenne bancarotta. Non meno rissoso di Homme, nel 1569 viene condannato al taglio della mano destra dopo una scazzottata a Madrid e scappa ad Atri, in Abruzzo. Nonostante il suo eroico servizio militare (verrebbe da dire che due mani erano troppe per Miguel che dopo aver salvato la destra scappando dalla Spagna, sacrificherà la sinistra alla battaglia di Lepanto contro i turchi), e nonostante la popolarità del suo Don Chisciotte, Cervantes rimase per tutta la vita povero in canna e non incassò nessun diritto d’autore dalla sua opera. Una roba, questa sì, che probabilmente manderebbe Homme dritto in manicomio.
Ma la maggior parte della critica letteraria mondiale ha attribuito al romanzo di Cervantes ben altro valore. Il valore dell’innovazione formale, il valore della profondità psicologica, il valore della critica sociale. Il valore dell’originalità capace di assicurare lo status di canone. Anzi, di un nuovo canone.
A ben vedere forse anche quello in cui viveva Cervantes era un deserto. Non materiale come il Joshua Tree, certo, ma forse ancor più pervasivo e asfissiante. Un deserto intellettivo, fatto di convenzioni sterili e di realtà assurde. Un contesto letterario dove il quotidiano e le sue contraddizioni, la follia o il fragile confine fra realtà e fantasia non avevano diritto di cittadinanza. E allora anche Miguel sente le vene pulsargli del bisogno di stravolgere i mezzi tecnici del suo universo. Non semitoni sballati ma una vera e propria parodia.
Di nuovo un jack inserito in una porta diversa, di nuovo il voler far suonare in maniera diversa una materia standardizzata, di nuovo l’esaltazione del sogno-ricerca impossibile.
Quello che ne esce fuori è un’opera metanarrativa, un’opera che riflette sulla natura stessa della narrazione: il Don Chisciotte della Mancia.
L’atto di Alonso Quijano che, dopo aver letto troppi romanzi cavallereschi, decide di diventare un cavaliere errante è pazzia pura. Più o meno come quella di Homme che crede di poter suonare un pezzo rock ripetendo la stessa nota all’infinito.
Insomma ci troviamo al punto di partenza: inizi, innovazioni, rivoluzioni, ri-canonizzazioni.

Milan Kundera considera Cervantes il riformatore principe del panorama letterario mondiale. Nel suo saggio L’Arte del Romanzo, pubblicato in Italia nel 1988, lo scrittore ceco non ha dubbi nel fare risalire al Don Chisciotte la nascita di quella straordinaria avventura che sarà il romanzo moderno.
Il primo dei saggi contenuti nell’opera, La denigrata eredità di Cervantes, affronta la problematica della crisi dell’umanità europea, estendendo i confini della questione anche al di là dei termini geografici fino all’America.
La colpa è di Galileo e Descartes, coloro che avevano ridotto il mondo a un semplice oggetto di esplorazione tecnica e matematica. L’uomo, come dice Kundera, pervaso da quello che definisce bisogno di conoscere, non si è più ritrovato in questa visione della vita facilmente riducibile a schemi e formule. Quello stesso uomo che Descartes aveva eretto un tempo a signore e padrone della natura diventa una semplice cosa per le forze (della tecnica, della politica, della Storia) che lo superano, lo travalicano, lo possiedono. Siamo esseri dimenticati, animalculi smarriti che cercano di riscoprire i diversi aspetti dell’esistenza.
Disorientamento, straniamento, la soppressione dell’invisibile che procura un prosciugamento dell’immaginazione. La scienza ha decretato la fine di ogni mistero, di ogni mito, di ogni religione. Una schietta e semplice verità che catapulta l’uomo nell’oblio di non conoscersi più. Insomma un mondo dove gli uomini si sono voluti sostituire a Dio nella direzione dell’universo e del suo ordine di valori. Ed è stato proprio allora che Don Chisciotte, uscito di casa, non riconosce più quello che lo circonda. La Verità assicurata dalla presenza divina si era dissolta in migliaia di verità relative e per l’uomo, abituato a giudicare prima di aver capito, suddividere il bene e il male è diventata impresa sempre più complicata. Così nacquero i tempi moderni e così nacque il suo romanzo che, appunto, incarna la saggezza dell’incertezza.
Dobbiamo ringraziare quei tizi che si sono tanto divertiti a mettere in risalto le assurdità e le false convenzioni dei canoni, le discrepanze fra il sogno ideale dell’arte consolidata e la dura realtà del mondo. Sovvertire, rivoluzionare, parodiare. E allora se è vero che la filosofia e le scienze hanno dimenticato l’essere dell’uomo, è tanto più vero che con Cervantes ha preso forma una grande arte europea che altro non è se non l’esplorazione di questo essere dimenticato. La nuova esperienza del romanzo moderno, da quella piccola crepa che era in principio, si è trasformata nel corso dei secoli in una valanga dal fronte smisurato Il Don Chisciotte ha dato avvio a una vera e propria masnada di pazzi sfrenati con denti grossi da licantropo pronti a sminuzzare le realtà canoniche. Richardson intuì che la salvezza è più in profondità e che la direzione della ricerca che non va più fatta all’esterno ma verso una interiorità divenuta sempre più complessa. Balzac elaborò il concetto dell’uomo oramai dominato dalla Storia, quella stessa Storia che egli stesso ha costruito. Flaubert scoprì il quotidiano, Tolstoj il valore dell’irrazionale nelle scelte dell’uomo, Proust la natura sfuggente del tempo passato e Joyce l’attimo presente, quell’effimera chimera che nel momento stesso del concepimento è già definitivamente morta.
Già, quello del romanzo è un viaggio lungo e che in partenza già immagina davanti a sé spazi sconfinati. Quattrocento anni fa Don Chisciotte partì per un mondo che si spalancava davanti a lui, in Giacomo il Fatalista e il suo Padrone di Diderot i due eroi sono in perenne cammino, anche se non si sa per dove e da dove. Ma le innovazioni spesso cambiano anche i termini del problema in questione e allora quel lontano orizzonte aperto a qualsiasi speranza è improvvisamente scolorito dietro le caserme, i tribunali e le banche di Balzac per poi ridursi al muro vuoto e spoglio di Emma Bovary che poteva solo immaginare la vita avventurosa rimasta fuori. Ma il romanzo è un animale che riflette su sé stesso e tara la sua evoluzione sulla realtà di cui è permeato. E allora sostituisce questo infinito perduto del mondo esterno con l’infinito dell’anima. Ma anche questo sogno è destinato a perire di morte violenta. Sarà la Storia, sempre lei, che nel frattempo si è impadronita dell’uomo, a sferrare il colpo mortale. Non promette più all’uomo onori e trionfi ma al massimo un posto da agrimensore. È l’avvento di Kafka. La progressiva concentrazione del potere che tende a divinizzare sé stesso; la burocratizzazione dell’attività sociale che trasforma tutte le istituzioni in labirinti interminabili; la conseguente spersonalizzazione dell’individuo Davanti al castello o davanti al tribunale K. è impotente. Gli è stata cucita addosso una colpa che non conosce ma che sa di meritare. La sua ultima preoccupazione è quella che la pena venga somministrata in maniera corretta, il suo ultimo slancio di umanità è una specie di pena che prova per i suoi aguzzini, costretti a portare a termine un così ingrato compito.
Lo spirito del romanzo è uno spirito di continuità, scrive Kundera, ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta. Ed eccoci alla vera resa dei conti. Cervantes, per scrivere il suo Don Chisciotte, ha stravolto il canone dei romanzi cavallereschi ma nella sua opera quello spirito vive ancora, ma vive di una vita nuova, una vita attualizzata. Come per i vari Balzac, Tolstoj, Joyce e Proust che hanno introiettato la letteratura passata per espellere qualcosa di totalmente nuovo. Insomma, una cosa simile all’azzardo di Homme con i riff mononota. A vederla in questo modo quel collegamento che pareva così assurdo fra lo scrittore padre del romanzo moderno e una rockstar dei giorni nostri forse così improbabile non è.
Inizi, innovazioni, rivoluzioni, ri-canonizzazioni sono possibilità aperte solo a quegli spiriti eletti che posseggono la materia del canone e sono disposti a tutto pur di farla evolvere. E pazienza se il tragitto è irto di pericoli e incomprensioni. Don Chisciotte ha battagliato con i mulini a vento rimettendoci solo una lancia e qualche bernoccolo mentre Homme stesso ha confessato di non aver mai capito il testo di No One Knows, la canzone dei Queens of The Stone Age – fondati dopo aver sciolto i Kyuss – che nel 2002 lo ha trasformato in un’icona del rock.
Ora rimane un’ultima questione, una cosa su cui si sono spesi miliardi di parole. Saggi, articoli, interviste: il de profundis per il romanzo e per la musica rock è stato celebrato un po’ ovunque. Se ne è parlato sul The New Yorker, su Rolling Stones, sul web e sulle poche fanzine indipendenti ancora in vita. L’accusa: mezzi di espressione che hanno fatto il loro tempo, zombi che si trascinano ripetendo all’infinito un canovaccio trito e ritrito. C’è chi dice che con Hemingway e Fitzgerald è finito tutto e chi è sicuro che il grunge abbia scritto l’ultima pagina rivoluzionaria della musica. Ma forse proprio questo è il punto.
Il romanzo, così come il rock, è morto, certo, ma solo perché deve morire a ogni ciclo generazionale. Il suo però è un letargo, una specie di ibernazione nell’attesa di quel qualcuno capace ancora di stravolgerne le fondamenta.
Siamo certi che succederà ancora? No. Però sappiamo che è già successo tante volte, come nella Spagna del cinquecento o come negli Stati Uniti degli anni novanta con quel ragazzone nato nel Joshua Tree.
E nascere in mezzo a un deserto, di sicuro, è una delle cose più suggestive che ti possa mai capitare nella vita.