

Los Angeles 1982. Due uomini sono seduti al tavolo di un ristorante quando dagli altoparlanti risuona il riff di My girl dei The Temptations. Robert solleva la testa, indica eccitato lo speaker e sta per dire al cameriere che quel riff è opera sua. Ma poi si ferma, abbassa lo sguardo e ordina del pollo.
Los Angeles 1983. James, dopo essersi procurato un biglietto da un bagarino, è seduto in un cinema in attesa di vedere lo spettacolo Motown 25: Yesterday, Today, Forever, uno speciale trasmesso dalla NBC in occasione dei venticinque anni dalla nascita dell’etichetta discografica Motown. È solo e ha bevuto. Assiste allo spettacolo e va via mestamente poco prima che si concluda. Due mesi dopo muore in seguito alle complicazioni di una cirrosi epatica.
Quegli uomini erano il chitarrista Robert White, e il bassista James Jamerson, nonché due colonne portanti dei Funk Brothers, un collettivo di musicisti di studio (turnisti) che, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha suonato nelle registrazioni della leggendaria etichetta discografica Motown Records di Berry Gordy. Un ensemble di musicisti che non si limitava a fornire un mero supporto strumentale. Erano innovatori, creatori e visionari capaci di combinare generi come Jazz, Blues, Gospel e R&B, dando vita a un linguaggio musicale inconfondibile: il Motown Sound.
Sono state le loro idee, i riff e la capacità di improvvisazione a trasformare demo grezzi in capolavori senza tempo. Canzoni come Do you love me dei The Contours, My Girl dei Temptations, I Heard It Through the Grapevine e What’s going on di Marvin Gaye e Reach Out I’ll Be There dei Four Tops non sarebbero mai diventate i classici che conosciamo senza il tocco dei Funk Brothers. Musicisti che, pur essendo stati le radici di un albero che ha prodotto brani memorabili, hanno vissuto nell’ombra il periodo d’oro dell’etichetta discografica di Detroit.
Berry Gordy aveva progettato la Motown come una fabbrica di hit e in questo modello i musicisti erano visti come operai che eseguivano il lavoro dietro le quinte. I riflettori erano puntati esclusivamente sulle star vocali che incarnavano il volto pubblico del marchio Motown.
Questa scelta strategica ha permesso a Gordy di mantenere il controllo totale sul prodotto, ma ha relegato i Funk Brothers a uno status di anonimato.
I Funk Brothers: il motore nascosto della Motown
Per darvi la misura della grandezza dei Funk Brothers basti pensare che hanno arrangiato e suonato su più brani numero uno in classifica dei Beatles, Rolling Stones, Beach Boys ed Elvis Presley messi insieme. Smisurata è la considerazione di cui godono fra artisti ritenuti autentici monumenti viventi del panorama musicale internazionale. Per Stevie Wonder “l’energia e la creatività dei Funk Brothers hanno reso possibile la mia musica. Erano musicisti straordinari che sapevano come trasformare una semplice melodia in un capolavoro”. Per la regina del Soul e leader delle Supremes, Diana Ross, “i Funk Brothers hanno dato vita alle nostre canzoni, creando un suono che ha definito un’era e ha toccato il cuore di milioni di persone”. Sir Paul McCartney, infine, riconosce al Motown Sound un ruolo cruciale nella crescita dei Beatles, “abbiamo imparato tanto ascoltando Motown. Ha ispirato molte delle nostre idee musicali”.
I Funk Brothers davano vita alle loro creazioni musicali componendo nel the snake pit (la tana del serpente), ovvero lo Studio A: un nebbioso e affumicato seminterrato di una piccola casa di Detroit al 2648 di West Grand Boulevard, il quartier generale della Motown Records, ribattezzata da Gordy Hitsville U.S.A.
Non era un gruppo fisso di turnisti, ma un ensemble rotante di alcuni dei migliori musicisti di Detroit (e successivamente di Los Angeles). Tra i membri del gruppo originale, quello che fino al 1972 ha lavorato a Motor City, spiccano figure leggendarie come Benny Benjamin, detto Papa Zita, batterista dotato di un tocco inconfondibile, Earl Van Dyke, considerato il leader della band, il maestro delle tastiere con uno stile così aggressivo e potente da essere definito gorilla piano style, e Robert White, il più talentuoso fra i chitarristi del gruppo, dotato di un orecchio così preciso per il tempo da essere paragonabile a un metronomo.
Un capitolo a parte merita James Jamerson che con il suo basso melodico ha gettato le basi del Motown Sound e ha ridefinito il ruolo dello strumento ampliandone gli orizzonti. Quando Jamerson cominciò la sua carriera il basso era considerato solo uno strumento funzionale e di supporto, ma con la sua entrata in scena prende vita fondendo la complessità del Jazz con l’emozionalità del Soul. Jamerson arricchisce le partiture con ritmiche sincopate e accordi espansi che conferiscono profondità melodica, e scelte tonali che richiamano armonie Gospel. Brani come Ain’t No Mountain High Enough e I Heard It Through the Grapevine e What’s going on portano il suo inconfondibile marchio, con linee di basso che sembrano raccontare una storia a sé.
La sua influenza su generazioni di musicisti è incalcolabile. Paul McCartney lo ha definito “il mio eroe” e nel 2020 il Rolling Stone Magazine lo ha inserito al primo posto fra i cinquanta migliori bassisti di tutti i tempi.
Un impatto culturale senza precedenti
Il lavoro dei Funk Brothers ha avuto un’influenza che va oltre la musica. Le loro melodie hanno nutrito un intero movimento culturale, proprio come le opere letterarie dell’epoca hanno alimentato il dibattito sociale e politico. Mentre autori come James Baldwin, Ralph Ellison e Maya Angelou con le loro pagine hanno dato parole e voce alle lotte per i diritti civili e all’identità afroamericana costruendo le fondamenta per una maggiore consapevolezza sociale, la musica dei Funk Brothers ha fornito la colonna sonora emotiva di quel cambiamento.
Un esempio emblematico è What’s Going On di Marvin Gaye, una delle creazioni più iconiche della Motown. Il brano del 1971, composto durante un periodo di grande turbolenza negli Stati Uniti, segnato dalla guerra del Vietnam e dal movimento per i diritti civili, offre una potente critica sociale affrontando temi come l’ingiustizia, la violenza, la disuguaglianza e pone al centro una chiamata alla pace e alla comprensione reciproca. Non è solo una canzone ma un autentico manifesto sociale che esprime allo stesso tempo un grido di protesta e di speranza.
In un’epoca in cui la segregazione razziale era ancora una realtà quotidiana, i Funk Brothers rappresentavano una visione alternativa: bianchi e neri suonavano fianco a fianco, alimentati dalla volontà di creare musica che parlasse a tutti, superando le barriere culturali, linguistiche e razziali. Questo approccio trovava la sua esemplificazione in quella che dagli stessi protagonisti veniva ironicamente definita la Oreo Cookie session. Durante le registrazioni nello Studio A, i chitarristi Robert White, afroamericano, Joe Messina, italoamericano e Eddie Willis, afroamericano, sedevano in questo ordine uno di fianco all’altro ‘riproducendo’, di fatto, la composizione del famoso biscotto: due cialde al cioccolato, con la crema bianca al centro.
Standing in the Shadows of Motown: il documentario come atto di giustizia storica
A riconoscere e consacrare il ruolo che i Funk Brothers hanno avuto nella storia di Motown, e più in generale nella musica, ci ha pensato un documentario del 2002 diretto da Paul Justman che ha finalmente dato voce a questi musicisti dimenticati: Standing in the Shadows of Motown (www.youtube.com/watch?v=cm7xt4Gzsdc), basato sull’omonimo libro di Allan Slutsky.
Attraverso le testimonianze dei membri superstiti, filmati d’archivio e performance dal vivo, il documentario non solo celebra il loro contributo musicale ma offre anche uno spaccato intimo della vita di questi artisti: le difficoltà economiche, le gioie della creazione musicale, il forte senso di cameratismo che legava i membri della band e la frustrazione di essere rimasti nell’ombra. Un elemento centrale del documentario è rappresentato dalle esibizioni tributo di artisti contemporanei come Ben Harper, Joan Osborne, Chaka Khan, Meshell Ndegeocello e Bootsy Collins, che reinterpretano alcuni dei brani più celebri della Motown accompagnati dagli stessi Funk Brothers superstiti.
Standing in the Shadows of Motown da un lato celebra la passione, la dedizione e il talento collettivo esaltando il lavoro di squadra che si cela dietro il successo di una star, mentre dall’altro denuncia l’ingiustizia di un’industria che spesso dimentica chi ha costruito le fondamenta dei suoi trionfi. Ma soprattutto, è un atto di giustizia storica che mette in luce l’impatto duraturo dei Funk Brothers sulla musica (campionamenti dei loro brani appaiono in innumerevoli pezzi contemporanei che spaziano dall’hip-hop al pop), celebrandoli come pilastri della cultura musicale americana. La loro eredità vive negli artisti e produttori di tutto il mondo che hanno studiato le loro linee di basso, i groove di batteria e gli arrangiamenti sofisticati, cercando di catturare l’essenza del Motown Sound.
Solo dopo l’uscita del documentario i Funk Brothers hanno ricevuto il riconoscimento che meritavano ricevendo nel 2002 il Grammy sia per Best Traditional R&B Performance della canzone What’s Going On interpretata da Chaka Khan e quello per il Best Compilation Soundtrack Album For A Motion Picture, Television Or Other Visual Media per il documentario Standing in the Shadows of Motown.
Nel 2004, infine, il Grammy alla carriera ha sugellato la loro rinascita e illuminato in eterno quelle mani che per anni hanno prodotto successi all’ombra di Motown.
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