

I
Sono le 10 e 40 del 18 dicembre. È una giornata nuvolosa; fuori fa molto freddo. Ho iniziato a scrivere questo articolo due ore fa, il tempo massimo di permanenza sulla scomoda sedia da camera. La sensazione che hanno le mie terga è quella di essere state sedute su uno strato di breccia sparsa su una lastra di piombo. Il caffè nella tazza è finito; chiaro che è il momento di una pausa. Prima di andare in cucina però mi viene voglia di dare una sbirciatina dalla finestra.
È una pianura poco movimentata quella che si vede dal mio studio. Capannoni grigi in primo piano, sfondo di colline affastellate come strati di una millefoglie e in fondo i primi contrafforti del Gran Sasso. Poi vedo dalla parte del fiume una qualche animazione. Sono frotte di storni quelle che danzano in aria. Disegnano figure geometriche in evoluzione, modulazioni graduali, diagonali che si trasformano in ipotenuse come per traslazione: un vero spettacolo. Poi però succede una cosa che ha poco di plausibile. Gli uccelli si sono fermati a mezz’altezza come gli alieni di Space Invaders, il videogioco anni ’80 a cui ho sacrificato sacchi di monete da cento lire. Cominciano a spostarsi a piccoli scatti e si aggruppano in modi strambi. Ho i peli delle braccia ritti e la pelle d’oca lungo la schiena. Non so com’è possibile ma gli storni pare stiano scrivendo. Prima una r, poi un’altra r, poi delle o e alla fine quello che leggo a mezz’altezza sopra alla Valpescara è Roma Roma Roma.
I cereali della colazione erano andati a male? Troppe ore davanti al computer? Un improvviso attacco di schizofrenia delirante? O forse le cose non stanno proprio come ho creduto negli ultimi quarantasette anni? Apro la finestra come per un riflesso incondizionato e li sento. Sento i loro versi a metà fra un flipper e il rumore del meccanismo di ricarica di un Ak 47. Stanno cantando. Già, quei maledetti uccelli se la sono messa pure a cantare la canzone di Venditti. Chiudo di corsa e scappo in cucina. Nella confusione non mi sono accorto di avere la tazza in mano. La guardo ed è come avessi appena ricevuto un whatsapp dal babau in persona. Sul fondo il poco liquido rimasto si è come coagulato. C’è una scritta minuscola, riesco a leggerla a malapena: il consumo eccessivo di caffè può provocare disturbi del sonno, tachicardia e ansia.
II
Sono uno studente, scrivo poesie in città. È estate e per le vacanze sono tornato al paese di nascita, in collina. È sera e sono a casa di parenti. La stamberga è tal quale a quando ero bambino; l’odore è quello di avanzi e insetti domestici. Una cugina grassa che odia le donne smilze, suo fratello che ha una cotta per le ragazze immagine dei locali notturni; lo zio che mi chiede se Leopardi è buono, buono, il fratello della zia che alla canzone Torna Garibaldi messa sul grammofono comincia a marciare a passo di parata. Però c’è qualcosa di strano questa volta, qualcosa che mi turba. La porta-finestra è aperta e fuori, nell’oscurità, ci sono due occhi neri dilatati e selvaggi che cominciano a muoversi. È una ragazza. Entra, si siede fra noi. Un volto pallido, dei capelli bruni, un seno abbagliante scoperto a mezzo. Gli altri si accorgono della nuova arrivata. «Gurù» esclamarono con gioia, senza mostrare il menomo stupore, né lo spavento che in una tale accolta l’apparizione avrebbe dovuto suscitare. Io la guardo per bene. È un bel tocco di ragazza. Ha cosce affusolate e un tornito ginocchio. Però poi scendo con lo sguardo e vedo una cosa impossibile: al posto della caviglia sottile e del leggiadro piede, dalla gonna si vedevano sbucare due piedi forcuti di capra.
Due scene assurde, due situazioni che vanno oltre il limite del reale. La prima frutto della mia immaginazione (ne siamo così sicuri?), la seconda è tratta dal primo capitolo della Pietra Lunare, breve romanzo di Tommaso Landolfi pubblicato da Vallecchi nel 1939. Una storia che sembra essere arrivata da un altro mondo, un libro a metà strada fra surreale e fantastico, anzi, come lo chiamava Calvino del fantastico quotidiano.
Quando dalla redazione di Ghiaccio mi hanno comunicato che l’argomento del nuovo numero era radici, una serie di riflessioni fatte quando lessi il libro si sono trasformate in piccole spie illuminate a intermittenza. Da dove nasce il bisogno dei mondi fantastici? Quali sono le radici di questa necessità di mischiare l’irreale al reale? Insomma, per dirla come l’Alvaro di Cazotte nel Diavolo Innamorato: “tutto questo mi ha l’aria di un sogno, ma che altro è la vita umana? (…) Dov’è il possibile? E dove l’impossibile?”.
Fenomeni demoniaci, paradossi temporali, animali parlanti; sedie animate, lune duplicate e tutto l’armamentario dell’impossibile. Noi, poveri umani, esseri infestati dallo spirito del razionale, di fronte a tutte le aberrazioni che dalle pagine dei nostri libri menano jab e diretti al mento, non ci sogniamo nemmeno di diventare dei buoni pugili incassatori. No way. Allora proviamo ad addentrarci, ipotizziamo una situazione di partenza di questo tipo: il protagonista della storia che stiamo leggendo vive nel nostro mondo. Niente demoni e niente vampiri (bene. Questo bene direbbe Yuri Karpov, magnate russo del blockbuster apocalittico 2012). Ma a un certo punto si verifica qualcosa di impossibile da spiegare con le leggi dell’ordine a noi famigliari e arriviamo al punto in cui colui che percepisce l’avvenimento (e noi con lui) deve optare per una delle due opzioni possibili: cause naturali quali immaginazione, effetti di droghe e alcool, follia – e allora le leggi del mondo rimangono tal quali a quelle che conosciamo (un po’ meno bene ma bene lo stesso). Oppure lo spauracchio del soprannaturale, del caos, di un mondo senza regole o con regole che non conosciamo (questo no bene. Sempre Karpov ma stavolta scuote testa e pappagorgia). Come scrive il filosofo Todorov siamo di fronte al momento esatto in cui si crea il fantastico: in questa sospensione, in questa inquietante indecisione fra le une e le altre.
E ora, quale potrebbe essere il campo più adatto per mescolare possibile e impossibile? Quale il laboratorio dove rischiare esperimenti che potrebbero generare abnormità (Frankenstein, ultracorpi o morlock vi dicono qualcosa?)
Le radici del fantastico in letteratura sono complesse e diverse. Schiere di scrittori negli ultimi due secoli si sono passati il testimone nel tentativo di mettere in scena vere e proprie sfide all’ordinaria comprensione della realtà stessa. Esplorazioni dei limiti della razionalità, della percezione, della coscienza. Riflessioni su quanto la realtà possa essere manipolata, trasformata o captata in modi che vanno oltre l’ordinario. L’obiettivo finale è quello di rivelare aspetti della tangibilità che altre forme di conoscenza, come la scienza o la filosofia, non sono in grado di esplorare. Di esplicitare nuove verità sulla condizione umana. Insomma, da qualche parte, in qualche piega temporale, potrebbe davvero esistere un mondo in cui eventi straordinari sono trattati come normali, come parte integrante della vita quotidiana. Il regno del Realismo Magico allora diventa uno strumento per indagare in maniera diversa la realtà, i temi politici, sociali e storici. Chissà cosa ne potrebbe venir fuori.
Ne La Pietra Lunare a gettare questi dadi è il protagonista, Giovancarlo. Il suo è una sorta di viaggio iniziatico. Da intellettuale di cultura urbana e universitaria, vive il ritorno ai luoghi della propria infanzia come una regressione a ritroso nella civiltà, un’emancipazione del desiderio inconscio di arretrare a uno stato di natura primitiva, di rivivere a livello onirico miti e leggende arcaiche del suo luogo natio. Il suo è un percorso di introspezione in cui si interroga sul significato della propria esistenza. Le radici della sua identità sono incerte, destabilizzate dalla percezione del mondo come un luogo estraneo e alienante. E questo è un tema caro all’opera landolfiana. Il disagio esistenziale, la rivelazione dell’inconsistenza e della precarietà della vita di tutti i giorni e il rifiuto del progresso di inizio novecento a colpi di fabbriche meccanizzate e economie di scala vengono superati attraverso una fuga dalla realtà verso mondi alternativi e la ricerca di atmosfere magiche. Sono luoghi questi dove non esistono né regole né restrizioni sociali. Insomma è un modo per esorcizzare alti tipi di fantasmi: i terribili spauracchi originati dalla visione negativa della scienza e del progresso.
Molto probabile che le radici dell’opera sono da ricercare nei racconti popolari e nei miti contadini di antichissima tradizione orale, fatta di storie di fantasmi e di streghe che, trasformandosi in animali, si ritrovano nelle notti di plenilunio per abbandonarsi a orge sfrenate, incontrarsi con i demoni e partecipare ai riti magici della messa nera.
Landolfi ha deciso di rinnovare in questo modo quello spirito novecentesco disilluso da una realtà che pian piano si è fatta stantia e monotona. E proprio questa monotonia sarà la prima vittima di Gurù. Nel romanzo la donna-capra ammalia Giovancarlo nonostante il piccolo problema delle zampe (la ragazza è una capra mannara e la sua particolare caratteristica si manifesta solo nelle notti di luna piena). Gurù, dal volto pallido e dai capelli bruni, questa rievocazione di Eva e dell’eterno femminino che cantava a bocca chiusa, […] simile alle spade degli antichi cavalieri, trapassava come senza ferire e dalla sorda piaga si levava poi segretamente, s’espandeva lievitava scoppiava il dolore; o una macabra gioia, gonfia e torta, quasi fiorita di verruche, spaventosa a colui medesimo che n’era vittima. Terrore e desiderio malinconia e allegrezza s’avvicendavano, stringendolo, nell’animo del ritardatario; una mostruosa flora, rossastra sanguigna pareva a lui gli si gonfiasse dentro con muto lividore.
Landolfi gioca con le parole, evoca attraverso il suono e tutto il testo converge ad amplificare la trasmissione di un’immagine fantastica che non è solo accennata, ma riprodotta con una sconvolgente intensità. Le metafore allertano i sensi, le sinestesie titillano la spina dorsale perché, come dice Nabokov, è lì che si manifesta il fremito rivelatore della lettura.
Le tappe toccate dall’itinerario regressivo di Giovancarlo, che dalla razionalità cittadina riporta il protagonista a un magma primordiale di realtà lunari illuminate dalla guida di una figura ibrida quale Gurù, delineano una vera e propria discesa verso un mondo di divinità ancestrali precluso alla percezione di chi non possiede i necessari requisiti interiori. L’accesso a tali realtà trascendenti l’umano e la reimmersone nel caos primordiale sono consentiti solo a patto di subire una profonda metamorfosi dell’essere. Oscure credenze, superstizioni e leggende a sfondo satanico; i sabba con i briganti fantasmi; la finale discesa delle creature lunari tra le vie addormentate del paese cullato dall’enigmatica nenia della fanciulla-capra: tutte manifestazioni di un mondo fatto di ombre e mostri, di cui Gurù è, allo stesso tempo, testimone ed esponente; di una realtà fantomatica accessibile solo all’uomo dotato di sensibilità e di immaginazione poetica. La relazione tra i due si trasforma in un’intensa storia d’amore, che svelerà agli occhi del giovane l’altra faccia del reale, quella che si nasconde dietro l’apparenza delle cose. L’ambigua figura femminile introduce Giovancarlo a una sorta di sabba notturno ricco di inquietanti apparizioni, conducendo il lettore fra i cosiddetti lunari orrori.
La Pietra Lunare connette presente e passato, un passato lontano, oscuro e incomprensibile; riflette sulle comuni radici antropologiche che non sono per forza simbolo di stabilità ma legame con forze invisibili e incomprensibili: una reale connessione con l’irrealtà di soprannaturale e paradossale.
Bene, si sono fatte le 12 e 04. Mia moglie mi chiama dalla cucina, il pranzo è in tavola. Guardo la persiana che ho serrato per bene prima, quando l’ho chiusa in faccia a quei maledetti uccelli. Decido di lasciarla così, non si sa mai. Preferisco che il fantastico rimanga su queste pagine e non venga a rompermi le scatole nella vita reale.
I cavatelli col salmone sono meravigliosi. Faccio per aprire l’immondizia e scaricare gli avanzi. Ma guarda un po’, la tazza del caffè. Eppure… eppure ricordo perfettamente di averla fatta in mille pezzi stamattina e invece… lì dentro il cestino è nuova fiammante come appena uscita dalla fabbrica. La prendo in mano con lo stato d’animo di uno che si ritrova il tornado di Twister sulla porta di casa. Me la giro e rigiro davanti agli occhi.
Sembra proprio che sul fondo l’alone di caffè secco si sia sistemato in modo da formare una scritta.