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Intervista a Caterina Perali

Il titolo del tuo ultimo libro, Come arcipelaghi, colpisce perché sembra dichiarare all’inizio che ogni essere umano è distante dall’altro, ognuno nel proprio mondo, ma al tempo stesso connesso da legami a volte invisibili, a volte più tangibili.
La frase di una delle due protagoniste, Jean, “Siamo arcipelaghi nel mare dell’esistenza, l’acqua che ci schizza addosso è la stessa per tutti. Cambia solo il vento. Non avere rapporti con gli altri non è un lusso, è un’illusione” racchiude davvero il succo di tutto ed è molto forte questo fulcro di connessione.
Ho letto in una tua intervista che il titolo è stato scelto dagli editori: vorrei sapere che titolo avresti dato tu e cosa suscita in te quello definitivo, se riflette la tua narrazione, alla luce delle storie anche al suo interno.

Mi fa ridere perché l’unico che è rimasto dei titoli che avevo scelto delle tre storie è Crepa, gli altri due il mio editore li ha cambiati. Io volevo chiamarlo “L’inciampo”, perché è essenziale la modifica di direzione delle due protagoniste rispetto a un percorso mentale e di vita che si erano già prestabilite. Jean, quando incontra Chiara, ha un impedimento personale, come se perdesse il suo equilibrio e fosse un momento unico in cui sta per ritrovarne un altro. “Arcipelaghi” accoglie molto di più il mio pensiero adesso, quindi sono molto contenta di questo titolo. Anche perché poi emerge molto forte nella parte del libro e il titolo rende molto tangibile la connessione tra le persone in questa vita.
Come arcipelaghi è collegata alle ultime due narrazioni, Crepa e Le affacciate, dove è rappresentato il mondo milanese di zona Isola, con i ballatoi, la vita quotidiana condivisa volente o nolente, quel micromondo che diventa il condominio e che diventa una famiglia.
So che tu hai vissuto a Milano in una casa di ringhiera così come quella che descrivi. Cosa ti ha dato quell’esperienza, anche se credo che tu ne abbia scritto proprio per omaggiarla.

Diciamo che la location dove invento tutti i libri è una casa di ringhiera che nasce proprio davanti al bosco verticale, dove io ho cambiato tre case; cioè, ho fatto tutti e tre i piani di uno stesso stabile, poi a un certo punto erano finiti i piani e ho cambiato via, però l’ho vissuta in tutto e per tutto. Ogni volta che parlo dei ballatoi lo faccio con cognizione di causa, o perlomeno com’era una volta. Io sono arrivata nel 2000, avevo venti anni di meno: adesso Milano è diversa da quella che ho visto io, è cambiata col tempo, e lo si può vedere anche nei tre libri, che sono collegati tra di loro, ma sono anche indipendenti. In quest’ultimo ci sono gli affitti brevi, per esempio. È cambiata anche l’umanità che frequenta i ballatoi, che è diversa rispetto che in Crepa, che invece racconta un po’ una tipologia di umanità sgarrupata, più selvaggia, punk; adesso è un po’ più, non dico nobile, ma di design.
Quando si parla di connessione tra le persone, mi viene in mente il legame speciale che nella mia vita ho con alcune persone amiche, donne in particolare, ma anche uomini. Penso a quanto sia importante sentirsi speciali per loro e assurgerci a detentori di una parte della loro vita e delle loro emozioni che nessun’altro conosce. Certo, non si finisce mai di conoscere qualcuno, ma alcune persone per me sono la mia parte migliore, e quindi penso, a volte, di conoscerle meglio di me. Ne parli dettagliatamente nel rapporto che Jean ha con la sua equipe di lavoro e specifichi molto bene quella sensazione che dicevo: “Questa presunzione reciproca di conoscere l’altro più di chiunque altro”. Tu cosa ne pensi e come vivi l’amicizia.

Questa storia parla anche di amicizia perché per me è fondamentale: io sono innamorata delle mie amiche e mi posso vantare di averne anche parecchie che mi piacciono. Logicamente ci sono delle fasi della vita in cui hai più affinità con qualcuna piuttosto che con un’altra. Questo libro parla anche della pace che ci dovrebbe essere sempre tra chi ha figli e chi no, nel senso che spesso la donna entra nel ruolo stereotipato di connessione con la maternità – ma la donna è un essere umano con o senza maternità –, come se la vita fosse per forza bianca o nera, o comunque fosse uno schieramento tra chi sta da una parte o dall’altra. In realtà, il legame tra due amiche diventa una complessa crescita perché è difficile accettare un cambiamento dell’altra, però questo non dovrebbe mai togliere l’amore e l’onestà. Ci sono dei ruoli di facciata che a volte nascondono delle fragilità, delle infelicità, dei desideri repressi. Insomma, le donne in questo incarnano molte sfaccettature.

All’interno di questo libro ci sono molte figure femminili, molte fotografie di relazioni sentimentali che ruotano intorno a loro. Chiara, che intraprende un percorso di fecondazione eterologa; Jean, la protagonista, la blogger, sembra vivere in un mondo equilibrato fino all’incontro con Chiara, che accende un conflitto interiore riguardo al desiderio di maternità.
Questo libro vorrei averlo scritto io perché circa una decina di anni fa sono partita per la Spagna, prima Barcellona e poi Valencia, per intraprendere un percorso di fecondazione eterologa. Capisci bene quanto mi possa aver toccato e quante pagine ho sottolineato. Quando i miei valori non mi permettevano di iniziare il percorso di primo livello, ma direttamente il secondo, più invasivo, mi sono tirata indietro.
In Italia le donne che vogliono diventare madri sono consapevoli di dover lottare prima con la società, pregiudizi e stereotipi, e poi con l’intera responsabilità che comporta la crescita di un figlio. “Come farà senza un padre?”, “Avrà problemi sicuramente”, “Sei un’egoista, pensi solo a te” mi è stato detto, ma l’amore per un figlio non è forse un gesto di egoismo pieno di amore? Io direi che l’amore per un figlio è a prescindere dall’averlo partorito. “Non avrà i miei occhi o tratti somatici, ma avrà tutto il mio amore”: cosa ne pensi di tutta questa riflessione?

Per me essere madre significa prendersi cura, così come si può e così come si è fatti. Gli psicanalisti dicono che non bisogna essere sufficientemente brave, ma avere cura dell’altro. Di certo in questo libro, che è molto politico, ho cercato di far arrivare almeno un mio pensiero e che, a prescindere dalle nuove tipologie di famiglia, ci debba essere un diritto all’esistenza di chiunque.
Il diritto all’essere madre, il diritto al non essere madri e soprattutto che i due diritti vengano soppesati allo stesso modo. Ci sono delle pagine del libro dove c’è questo passaggio, dove si racconta e si pretende da chi decide di intraprendere un percorso di maternità, come quello di Chiara, di sapere esattamente che cosa deve fare in tutto il percorso e anche dopo, mentre da una donna eterosessuale o con un compagno o senza problemi di fertilità, invece, non ci si aspetta nulla, non la si ricopre di tutta questa aspettativa.
Un percorso come quello di Chiara, quindi con una sorta di premeditazione nel concepimento, ha anche un percorso psicologico e tanti interrogativi, oltre un percorso medico impegnativo che le danno anche un senso di forte responsabilità. Ci sono degli accertamenti medici che inevitabilmente vengono fatti nel percorso di procreazione medicalmente assistita e che in un concepimento normale non sono necessari o, comunque, obbligatori.

“Che cos’è una madre? Cosa vuol dire essere madre?” è la domanda che Jean si pone come essenziale per le scelte che lei deve fare nella sua vita, quando in fondo sta facendo la domanda soprattutto a sé stessa. Ogni donna credo si faccia queste domande, e non nell’ottica di diventare madre per forza, ma proprio guardando la propria madre o, in generale, la persona che esercita la genitorialità. Faccio questa precisazione per due motivi personali: uno, perché io mi sento madre non naturale ma di cuore di tanti bambini che ho allenato e, soprattutto, dei figli delle mie migliori amiche che sento come miei nipoti; due perchè non sempre la madre è una figura positiva di crescita di un essere umano e un padre ad oggi sta lottando per essere visto dalla società e dallo Stato come capace di essere genitore.

Io ho provato a scrivere questo libro non partendo da qualcosa che conoscevo bene, nel senso che il tema della maternità lo comprendo bene in quanto madre, ma me ne volevo allontanare perchè non volevo raccontarlo da un punto di vista personale. Dopo un bel po’ di ricerche, ho deciso di raccontare questa storia nella mia cornice del ballatoio, per ambientarlo lì e dargli vita.
Conoscevo bene le dinamiche, infatti il mio io narrante è Jean, che mi è molto più vicino come personaggio rispetto a Chiara, l’altra protagonista, e, dopo vari tentativi di trovare la voce narrante, ho capito che era quella avulsa da crisi ormonali e da depressioni post-partum, perché non mi interessava raccontare quella storia lì.
La Spagna, per esempio, con Anna e Pilar, mi ha dato una voce ancora più forte, mi ha permesso di esprimermi con un brio diverso; mi sono divertita tantissimo.

Connessi a questi temi così vitali, secondo me c’è una profonda responsabilità dettata dal ruolo della società e dalle leggi italiane che intervengono nel contesto delle scelte personali e familiari descritte nel libro. Che visione hai di questa società e quanto siamo lontani da alcune mentalità non molto lontane da noi come la Spagna?
In Italia, quando abbiamo avuto la possibilità di votare per i referendum per abrogare specifiche disposizioni della legge 19 febbraio 2004, n. 40 recante “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” (2005) una percentuale molto bassa degli aventi diritto si è recato a votare e non siamo riusciti a raggiungere il quorum. Ad oggi mi sento responsabile anche io, perché allora non mi rendevo conto, pensavo di avere tutta la vita davanti e non ho minimamente pensato a quanto fosse grande la portata di alcune modifiche.

Non tutti hanno gli strumenti, io non ho nessun senso di colpa rispetto a forse una leggerezza che ho avuto in quegli anni, perché stiamo parlando di più di venticinque anni fa, e, sinceramente, non lo trovo corretto. Ci sono delle tematiche che devono essere spiegate e che devono essere anche veicolate in una maniera più approfondita. Trovarsi di fronte al referendum dell’acqua, cioè nel senso dieci quesiti e metterci in mezzo una cosa così personale, secondo me non è comprensibile. Questo è un tema di diritti molto forte, se è difficile parlarne adesso nel 2025 figurati all’epoca quando se ne parlava. Soprattutto perché già in dieci anni sono cambiati tantissimi approcci medici e sanitari, per non parlare a livello sociale.

Chiudo, alla fine, con una frase e una domanda che mi hanno colpito della tua narrazione: “Perché alla fine quello che resta è quello che decidi di salvare. Di proteggere nella tua memoria e riviverlo per sempre. E tu? E voi? Cos’è che volete salvare?”. Una frase che può essere interpretata in vari modi. A me, per esempio, tocca la parte affettiva delle relazioni con gli altri, quei legami profondi che ti cambiano la vita e che ti permettono di affrontarla al meglio.
Immagino che questa domanda ti sia stata già fatta, ma credo anche che la risposta possa cambiare nel tempo. Tu cosa vuoi salvare?

Come dicevo, salvo i legami, le grandi amicizie che si rispettano e si amano anche nei cambiamenti. Non è facile seguire e, soprattutto, accettare i cambiamenti, perché bisognerebbe lavorare con l’amore e non col cuore, non con la testa, perché il cambiamento di relazione implica anche un cambiamento personale. È come una danza che si segue continuamente, se uno ha la presunzione di conoscere sempre l’altro alla perfezione ci sorprende un cambio di passo e ci destabilizza.
Difendo e salvo anche la possibilità di raccontare il mondo, che non significa per forza sempre prendere posizioni. Ribadisco che io l’unica posizione che prendo è quella dei diritti delle persone di poter scegliere, poi ognuno sceglie quello che crede.