

L’esordio non è quasi mai un inizio, piuttosto la conclusione di un susseguirsi di scelte, di entusiasmi, di impegno e di ripensamenti, un filo che lega quello che è stato pensato a quello che sarà nonostante i nostri progetti. Corpi Estranei è un romanzo d’esordio, una storia vera, oscura e crudele. Manuele Sartorio, il protagonista, impiegherà una vita intera per riscattare l’amore perduto di una madre e l’orrore che ha segnato la sua infanzia. Nato in un contesto di miseria a metà del ventennio fascista in una cittadina abruzzese dove il degrado si mescola con la superstizione e fa di lui un feticcio per un sortilegio, una vittima sacrificale perché senza peccato, per la salvezza di uno dei suoi aguzzini.
Pier Paolo Giannubilo, nella dozzina del Premio Strega nel 2019 con il Risolutore, ha avuto la splendida opportunità di rivivere il suo esordio una seconda volta, e io che ho a lungo inseguito questo romanzo, introvabile nella prima edizione, ho voluto intervistarlo. Chi meglio di lui poteva raccontarci l’esordio in tutte le sue sfaccettature.
Corpi estranei, il tuo primo romanzo, è uscito nel 2008, nel 2023 la riedizione: rivivere il proprio esordio che emozioni ti ha dato?
Quando quindici anni fa è uscito questo libro, anche se non ero un ragazzino mi sentivo un ragazzino dal punto di vista letterario. Erano uscite altre cose, un libro di racconti, un paio di volumetti smilzi di poesia, questo era il mio primo romanzo, avevo trovato un agente che non è l’attuale agente, ho vissuto una situazione inedita ed emozionante. Era quello che volevo fare fin da giovane: per la prima volta pubblicavo un romanzo. Quindici anni dopo è passata non dico una vita, mezza da un punto di vista artistico, la mia nuova agente ha voluto che questo mio libro riuscisse, aveva colpito molto all’epoca. Il libro al suo esordio con la casa editrice Il maestrale, che è una casa editrice piccolina ma ben ferrata, ha avuto delle recensioni su tutta la stampa nazionale, è stato recensito da Giovanni Pacchiano sul sole 24ore, sono uscite diverse interviste su testate nazionali, una copertura bella, completa, quindi molto emozionante per me all’epoca. Un peccato che quest’opera fossa venuta via dagli scaffali dato l’impegno e il riscontro, per cui di concerto con il responsabile di narrativa italiana di Rizzoli è stato deciso di riproporla. Per me è stata un’emozione rivederla in questa nuova veste. Per l’occasione non mi sono limitato a prendere il vecchio manoscritto e ristamparlo ma ci ho lavorato su un buon otto mesi, ho voluto dargli una nuova forma. Ho tolto i continui flashback che rendevano la lettura meno scorrevole, ho rimesso tutto su un piano lineare e cronologico in modo che seguire la vicenda riuscisse più scorrevole: ho risciacquato i panni in Arno e ho eliminato parecchie parti in dialetto abruzzese, che erano riservate ad alcuni dialoghi. La ragione per cui ho fatto questi tagli è che questa strategia mi sembrava un po’ ruffiana: l’utilizzo del dialetto fatto ad intermittenza invece che conferire realismo ad una storia gliela toglie. Sulla base di cosa io decido quali sono i dialoghi in cui i cui vanno gli inserti in dialetto e quali no se i personaggi verosimilmente, essendo tutti di bassa estrazione, parlano sempre in dialetto? Quindi questa osservazione banale che ho fatto soltanto tempo dopo mi ha indotto a utilizzare un’altra formula.
Da quello che mi racconti intuisco che questo doppio esordio non è stato solo un rivivere l’emozione ma anche l’occasione per “aggiustare il tiro”, l’esperienza di scrittore maturata in questi anni ti ha permesso di rivedere il tuo primo romanzo con un occhio critico non solo nostalgico.
Sì, decisamente. Sicuramente è una versione molto più matura della prima. Quest’ultima edizione contiene anche un capitoletto finale che nella prima non c’era e che è un po’ una chiusura del cerchio, chiusura che nella prima edizione non potevo fare perché il mio protagonista è morto tre anni dopo la prima edizione. In questo capitolo finale svelo anche alcuni retroscena che stanno dietro questa storia e soprattutto chiudo il cerchio biografico di Manuele perché racconto la sua morte.
Entrando nel merito del romanzo da sempre sono stata attratta dal titolo. Corpi estranei si presta a più letture. Manuele adulto sente il suo corpo estraneo, così come da sempre è estraneo alla sua famiglia: alla nonna che non ha nessuna remora a sacrificarlo, alla madre incapace di leggere correttamente i segni degli abusi che erano chiarissimi sul suo corpo, alle zie che per tutta la vita lo terranno ai margini senza mai occuparsi veramente di lui. In contrapposizione sono proprio gli “estranei” che si prenderanno cura di lui. Viola per prima, Suor Anna, il direttore Lanussi, Anita Mascagni, per paradosso anche la moglie che non si lascia spaventare dalla sua storia e lo sposa andando controcorrente e sfidando le dicerie e le maldicenze. Dunque non è il corpo, il sangue che ci dà una identità, anzi ingannevolmente questa verità materiale ci classifica ma non ci comprende, mentre qualcuno che è estraneo alla nostra realtà, attraverso la compassione, l’empatia, può aiutarci in questa ricerca di noi stessi.
Grazie, tutte queste considerazioni sono assolutamente ficcanti… io non ci avevo pensato. Questa corona di significati metaforici e ambigui che potrebbe avere il titolo si spiega considerando che, quando io ho pensato a Corpi estranei come titolo, cercavo un doppio binario. Volevo, accanto al senso letterale dei corpi estranei nel corpo di Manuele, riferirmi ai corpi della madre e del bambino estranei per una vita intera, al filo rosso di questa continua ricerca del protagonista della maternità biologica, una ricerca animale, carnale. Infatti mi è stato chiesto “ma il titolo è ambiguo, c’è qualche allusione?”. Sì, la volontà è sempre stata quella di suggerire diverse letture, se questo accade ancora oggi, a distanza di tempo, vuol dire che il libro continua ad avere qualcosa da dire.
Tema attualissimo “la curiosità morbosa…” l’impatto che ha sulle vittime la pressione mediatica. Il mostro in prima pagina, la diretta tv, il comune desiderio di comprendere come si attiva il processo di crudeltà dimentica troppo spesso, direi quasi sempre, che questo faro puntato è devastante per le vittime che finiscono per essere cancellate e quindi distrutte: non a caso Manuele dopo una vita di incubi ritrova un suo equilibrio proprio quando decide di raccontare in prima persona la sua storia.
Nel momento in cui guardiamo la questione della curiosità/morbosità del pubblico, televisivo o carta stampata, c’è una costante: la spettacolarizzazione. La curiosità è un’altra cosa, quello di cui tu parli invece ha dei tratti maligni. Essere curiosi è un dato, mentre avere questo spirito di scavo nelle vite degli altri non è semplice curiosità, assomiglia molto all’attenzione che avevano gli spettatori del circo durante i giochi gladiatori. Il fenomeno che si sta guardando con quel tipo di sguardo lo trasforma, non in fatto, ma in fenomeno da baraccone perché in quel modo diventa una forma di intrattenimento. Spesso e volentieri senza rendercene conto noi rendiamo intrattenimento anche le cose più terribili e barbariche, lo facciamo attraverso gesti quotidiani di cui non ci rendiamo neppure conto. Mentre mangiamo la nostra cena vediamo immagini di guerra, corpi sventrati: non siamo curiosi, stiamo guardando uno spettacolo. Abbiamo trasformato quello che abbiamo davanti agli occhi, che magari vorrebbe avere un intento documentario, superficialmente in intrattenimento. Se a questa naturale predisposizione, o meglio, corrotta predisposizione dell’animo umano aggiungiamo i media che confezionano appositamente il tutto per stuzzicare quel tipo di attenzione, di palato morboso nei confronti dei fatti negativi, si finisce per osservare queste tragedie senza tenere in nessun conto che dietro quello spettacolo c’è una situazione reale, una vita reale e la sofferenza di una persona reale. È come se ce ne dimenticassimo, è sempre stato così, lo è da quando persone in apparenza normali durante l’impero romano pagavano un biglietto per vedere esseri umani sbranati da belve pur essendo amorevoli papà. Ai giorni d’oggi si mette in mostra a pagamento praticamente tutto l’orrore, è solo una questione di scala, oggi abbiamo un accesso a questo tipo di storie abnorme. Prima il singolo fatto diventava qualcosa di unico, di eclatante, adesso abbiamo storie raccapriccianti e terrificanti ovunque ci volgiamo.
La forza del romanzo sta proprio nella tua capacità di rendere accattivante un episodio di cronaca nera, nel modo di sviluppare la storia dei personaggi intorno al protagonista senza mai scendere nel pregiudizio. Questo accade anche nel Risolutore, candidato nella dozzina del premio Strega del 2019: quanto è difficile entrare in queste storie, essere così in empatia con il protagonista e, soprattutto, quanto è difficile uscirne?
Quando è uscito Corpi estranei ero più giovane ed emotivamente malfermo, per cui la fase della scrittura è stata la più difficile, mi confrontavo con vicende umane di una violenza inaudita direttamente con la vittima e benché le mie intenzioni erano completamente diverse da tutti i giornalisti che precedentemente avevano raccontato questa storia, stavo comunque andando a girare il coltello nella piaga facendogli raccontare la sua vita. Questa storia mi è entrata dentro, non c’è giorno in cui io non penso a colui che per tutela ho chiamato con il nome fittizio di Manuele: è nelle mie preghiere come la sua mamma, come i suoi parenti erano nelle sue. Manuele mi è entrato in circolo, non se ne è andato mai, adesso è con me.
Nel Risolutore mi sono trovato a condividere con una persona che è totalmente altro da me un percorso di scavo, una discesa agli inferi compreso un percorso di parziale risalita del protagonista. È stato segnante e in qualche modo anche lui, seppur in modo diverso, me lo porto dentro. Mentre scrivevo il libro ero molto nervoso perché sapevo che, oltre alle vicende particolarmente forti, mi prestavo a vivere una gamma di reazioni abbastanza vaste e contrastanti. Dall’empatia allo schifo, dall’orrore alla nausea, alternando repulsione a comprensione: paradossalmente pena e solidarietà per il bambino che è stato vittima e non carnefice. Nonostante il fatto che io e Manzoni restiamo profondamente diversi siamo in un rapporto, tra virgolette, di fratellanza che non si è mai spezzato e che non si spezzerà mai perché abbiamo attraversato questa trincea mentale insieme, come soldati che condividono una esperienza terribile e indimenticabile. Il nostro rapporto è stato lungo, costante, complesso e profondo, questo ci ha legati: è così anche con Manuele, nonostante non ci sia più, è solo un accidente fenomenico che però non intacca l’aspetto emotivo che ancora mi lega a lui in maniera molto forte.
Prima che scrittori si è lettori, qual è il tuo libro del cuore, la prima lettura che ti ha fatto pensare “questo è quello che voglio fare fa grande”?
Io avevo quest’idea di fare il Professore e lo Scrittore già al liceo, quindi se da qualche parte è maturata una piccola vocazione è stata a scuola, poi ho fatto Lettere. Sono stato un lettore molto forte all’università, oggi leggo un decimo di quello che leggevo allora perché la scrittura mi porta via molto tempo, scrivo ogni giorno con ritmi da impiegato. I miei primi libri sono stati libri di poesia, infatuazione che è durata molti anni che un certo momento si è andata esaurendo, per saturazione forse. L’autore?… credo Leopardi. Se c’è un nome che in qualche modo è rimasto fisso nel mio immaginario, una costante immutabile nel mio percorso è il suo. Oggi ho fatto lezione ai ragazzi di quinta su Leopardi e ogni volta è come se risalisse una intera vita.
Come vivi la dimensione di scrittore di una città di provincia? Essere tagliato fuori dai circuiti mondani del mondo letterario è stato penalizzante?
Essendo un autore periferico, vivo fuori dai margini dei salotti della società letteraria, sto qui in questa specie di eremo. La distanza se da un lato rispetto a queste situazioni è penalizzante da un altro lato è un vantaggio; mi impedisce di disperdere il mio tempo in tante questioni che poco mi interessano. C’è forse più libertà, rispondi alla tua penna, a quello che è la tua arte sottraendoti a certe dinamiche. Certo che quello che si guadagna da una parte si perde dall’altra. Per il resto c’è il mio agente che è il perno della mia attività. Senza un agente che lavora per te, che provvede che il tuo lavoro venga letto perdi tempo.